giovedì 27 giugno 2013

Crescere è discendere

Siamo tutti abitutati a pensare che crescere significa salire, in quanto collochiamo in alto le cose di pregio e in basso le cose di poco conto.
Questo vale per tante cose, i piani di un palazzo (dai seminterrati, al piano terreno fino a salire all’attico), una pianta che cresce, l’ascesa sociale (la “carriera”) e così via.
E questo modo di pensare viene applicato anche quando si parla di crescita o progresso spirituale, il cui simbolo è la scala ascendente, come quella della visione di Giacobbe (anche se, ricordo, gli angeli salgono e scendono)
In realtà, afferma lo psicologo James Hillman, crescere non è ascendere, crescere è discendere.
Solo in questo modo recuperiamo il senso della vita e possiamo dare un senso alle cose che ci accadono (mai per caso).
Questo vale per il santo Buddha, che ha lasciato il suo palazzo dorato perché la sua anima era richiamata dai vecchi, poveri e i malati e, discendendo, ha trovato un senso alla vita.
Questo vale per il neonato, la cui nascita è una discesa nella materia, infatti è come se si tuffasse: esce prima la testa (l’alto) e poi per ultimi i piedi (il basso). E il compito del bambino è abituarsi a vivere in questo mondo, una volta che l’ultimo legame diretto col Cielo (la fontanella nel cranio) si è sigillata.
E così vale anche per lo Zodiaco, che inizia con l’Ariete, la testa, e termina con i Pesci, ovvero il Maiale nell’oroscopo cinese, che simbolicamente corrispondono i piedi.
E così racconta la Qabbaláh, la mistica ebraica, dove Albero della Vita, rappresentato dalle dieci Sephirot, è un albero capovolto, le cui radici sono in cielo (Keter, la corona) e i rami col fogliame cresce verso il basso (Malkut, il regno).

Robert Fludd,
Theosophie, Philosophie,
Judentum, Kabbala, 1621
Racconta lo Zohar, uno dei principali testi della mistica ebraica:

Al tempo in cui il Santo, sia benedetto il suo nome, era in procinto di creare il mondo, decise di foggiare tutte le anime da assegnare, a tempo debito, ai figli degli uomini, e ciascuna anima era formata secondo i contorni esatti del corpo che era destinata abitare.. Ecco ora và, scendi nel tale luogo, entra nel tale corpo.
Ma il più delle volte l’anima obiettava: Signore del mondo, a me piace restare qui in questo regno, e non ho alcun desiderio di andarmene in un altro, dove sarà schiava e verrò contaminata.
Al che il Santo, sia benedetto il suo nome, rispondeva : Il tuo destino è, ed è sempre stato fin dal giorno in cui tu fosti formata, quello di andare in quel mondo.
Allora l’anima, vedendo che non poteva disubbidire, suo malgrado scendeva in questo mondo.”
(Zohar, il Libro dello Splendore)

martedì 25 giugno 2013

Genetica, ambiente e destino

Se per interpretare le vite umane riconduciamo tutto alla genetica (i cromosomi dei miei genitori) e ai fattori ambientali (ciò che i genitori hanno fatto o non hanno fatto nei primi anni di vita) allora la vita sarebbe una storia già scritta, un copione da recitare, una sceneggiatura scritta da un codice genetico, da traumi infantili e incidenti sociali. La storia di una vittima.
Ma in realtà si è vittima di una teoria, non della realtà.

James Hillman afferma che esiste un’altra spiegazione : l’immagine o impronta di se (la ghianda) che guida la nostra vita, che determina il nostro destino, carattere, vocazione.

l’idea che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta 
e che è già presente prima di poter essere vissuta

Nè genetica, nè ambiente, ciò che contradistingue la nostra vita è la ghianda, immagine di ciò che siamo veramente, che scegliamo prima di nascere (e di conseguenza scegliamo quando nascere, dove nascere e i nostri genitori) , che ci porta a fare delle scelte nella nostra vita e che chiamiamo destino, che non può essere ignorata altrimenti può procurarci solo dolori (l'irrequietezza dei bambini, la follia, forse anche la malattia)

La strada è nuova ma l’idea è antica:

ciascuna persona viene al mondo perché è chiamata."

L’idea viene da Platone, dal mito di Er che egli pone alla fine della sua opera più nota, la Repubblica.

William Blake, la pietà (1795 ca), Tate Gallery, Londra

Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. E’ il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto. È lui dunque il portatore del nostro destino.
Secondo Plotino (205-270 d.C.), il maggiore dei filosofi neoplatonici, noi ci siamo scelti il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all’anima e corrispondenti, come racconta il mito, alla sua necessità. Come a dire che la mia situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato.

(cit. tra virgolette tratte da: “Il Codice dell’anima”, James Hillman, ed. Adelphi)

domenica 23 giugno 2013

I principi dell'Omeopatia

1) Principio di similitudine : qualunque sostanza che in dose ponderale provoca una malattia diviene, dopo diluizione, capace di guarire una malattia simile
2) Principio dell'infinitesimale dinamizzato : il rimedio agisce al di là della soglia ponderale fino ai limiti più elevati dell'infinitesimale, esaltando l'informazione che veicola grazie all'azione della dinamizzazione indispensabile alla sua efficacia.
3) Principio di individualizzazione : non esistono le malattie, esistono i malati. Ciascuno sviluppa la malattia in un modo proprio e necessita di un trattamento individualizzato. Qualunque terapeutica deve adattarsi all'originalità dell'altro.
4) Principio di terreno : qualunque affezione acuta ha un significato e testimonia l'esistenza di un terreno patologico permanente e preesistente che va curato in profondità per rendere possibile la guarigione. La diatesi permette di prevenire le malattie future.
5) Principio di forza vitale : tutto è energia vitale, vibrazione, forza orientata ad un equilibrio che è garanzia di salute. E' a questo livello energetico che occorre indirizzare l'azione della dinamizzazione medicinale omeopatica nella similitudine vibratoria.

Tratto da "Hahnemann, Intuizione e genialità", di Max Tétau, ed. Tecniche Nuove 

Principio del metodo omeopatico, Max Tétau, "Hahnemann, intuizione e genialità", pag. 187