sabato 17 dicembre 2016

Il bue e l'asinello


Riguardo alla simbologia del bue e dell’asinello nella grotta della natività di Gesù, a differenza di altri autori, non riesco a trovare nessuna simbologia duale (lato positivo e negativo) o differenziazione tra bue e asino. 

Non è vero che il bue possa essere paragonato al toro (pur essendo della stessa razza, il bue a differenza del toro, è un bovino castrato e ciò fa molta differenza) e nemmeno che il lato negativo dell’asino sia la cavalcatura del dio Seth egiziano (dio del caos, del deserto, delle tempeste e della violenza, antagonista di Osiride, suo fratello, di cui commette un atroce omicidio con mutilazione del cadavere), anzi gli egittologi non sanno quale sia l’animale (lo chiamano “animale di Seth”); a ben vedere, dall’iconografia di Seth noto che le lunghe orecchie non assomigliano affatto a quelle di un asino (che sono affusolate in punta). 

E’ vero invece che sia il bue che l’asino siano sì la parte mondana (ciò che abita il mondo) che rappresenta la mansietudine (l’asino è molto più mansueto di un cavallo, lo stesso dicasi del bue nel confronto del toro), la mitezza, la resistenza al lavoro duro, la pacatezza. Qualcuno scrive che rappresentano la parte istintiva-sessuale e la personalità. Per me rappresentano sì la personalità, ma quella già lavorata, già evoluta, quella che – direbbe a ragione il cristianesimo – esprime in maniera esemplare le virtù, quelle da cui ogni scuola iniziatica seria dovrebbe partire (ed infatti nello yoga il primo gradino evolutivo è rappresentato dalle Yama, le astensioni, e Niyama - le osservanze o precetti). 

Altra coincidenza : l’asino è la cavalcata di Gesù che entra a Gerusalemme la domenica delle Palme (la settimana prima della sua crocifissione – ovvero morte e ri-nascita), e il bue è la cavalcata di Lao Tze che parte per il suo ultimo viaggio (lasciando la Cina) che, se non fosse stato per un’umile guardia di frontiera, non avremmo nulla di scritto. 

Ecco quindi il significato esoterico della presenza del bue e dell’asinello che sono strettamente vicini al Gesù appena nato : la discesa della luce nel mondo, l’illuminazione, la seconda nascita, può avvenire solo se la propria personalità è già stata addomesticata, resa mansueta, gli istinti sessuali sono stati sublimati (la castrazione del bue). 

venerdì 16 dicembre 2016

La luce nella grotta della natività



"Ciò detto, l'angelo ordinò di fermare il giumento, essendo giunto il tempo di partorire; comandò poi alla beata Maria di discendere dall'animale e di entrare in una grotta sotto una caverna nella quale non entrava mai la luce ma c'erano sempre tenebre, non potendo ricevere la luce del giorno. Allorché la beata Maria entrò in essa, tutta si illuminò di splendore quasi fosse l'ora sesta del giorno. La luce divina illuminò la grotta in modo tale che né di giorno né di notte, fino a quando vi rimase la beata Maria, la luce non mancò. Qui generò un maschio, circondata dagli angeli mentre nasceva. Quando nacque stette ritto sui suoi piedi, ed essi lo adorarono dicendo: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà".
(Vangelo Apocrifo dello Pseudo-Matteo - 13,2)

Dal Vangelo Apocrifo dello Pseudo-Matteo (per distinguerlo dal Vangelo di Matteo, canonico) dobbiamo l'ispirazione della tradizione del presepio in una grotta (tradizione che ricordiamo risale a San Francesco con il primo presepe a Greccio - in provincia di Rieti).
Ma il passo che, da un punto di vista esoterico, trovo molto significativo è la meravigliosa luce che risplende a giorno finchè Maria si trovava nella grotta. Ciò è conforme con quanto afferma Gesù il Cristo che dice "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Giovanni 8,12)
Ecco che le tenebre della grotta (metafora delle tenebre nel mondo) vengono annullate dalla luce portata dal Cristo. 
E non a caso, la nascita avviene qualche giorno dopo il solstizio d'Inverno, giorno in cui il Sole ha superato il punto minimo di altezza sull'orizzonte, è morto ed ora la luce è rinata (si aspetta qualche giorno per essere sicuri che sia rinato). Per questa evidenza, tutte le divinità solari dell'antichità (Horus e Mitra solo per citarne alcune) festeggiano la natività nello stesso giorno dell'anno.

Approfondimento :
 - Simmetria.org, Cenni sul simbolismo esoterico del natale nella tradizione del presepio
 

sabato 10 dicembre 2016

Insegnamenti di Ouspensky-Gurdjieff (parte I)


Testo tratto da P.D.Ouspensky, "Frammenti di un insegnamento sconosciuto":
 
[1] Un uomo deve conoscere se stesso e deve essere

in greco antico: γνῶθι σαυτόν, gnōthi seautón
Il nostro punto di partenza è che l’uomo non conosce se stesso, che egli non è, ossia non è ciò che potrebbe e dovrebbe essere. Per questa ragione non può prendere alcun impegno nè assumersi alcun obbligo. Non può decidere nulla riguardo al futuro. Oggi è una persona, domani un’altra.
(...) Per esempio, considerate questo : un uomo potrebbe trovarsi,non all’inizio naturalmente, ma più tardi, nella situazione di dover mantenere, almeno per un certo tempo, il segreto su qualche cosa che ha imparato. Ma come può promettere di mantenere il segreto un uomo che non conosce se stesso ? Naturalmente può promettere, ma può mantenere la promessa ? Infatti egli non è uno, vi sono in lui una moltitudine di uomini. Qualcuno in lui promette e crede di voler mantenere il segreto. Ma domani un altro lui lo dirà alla moglie o ad un amico davanti ad una bottiglia di vino; oppure qualcuno, interrogandolo con astuzia, può fargli dire tutto senza che egli neppure se ne accorga . Oppure può essere suggestionato o, quando meno se lo aspetta, lo si aggredirà e spaventandolo, gli si farà fare tutto ciò che si vuole.Quale specie di impegno potrebbe dunque assumere ? No, con tale uomo non parleremo seriamente. Per essere capace di conservare un segreto un uomo deve conoscere se stesso e deve essere. E un uomo come  lo sono tutti è ben lontano da questo.

[2] L’uomo è una macchina, non è più macchina quando conosce se stesso, diventando responsabile delle proprie azioni

"Tempi moderni" di  Charlie Chaplin. 1936.
 “Vi è un’altra specie di meccanizzazione molto più pericolosa : essere noi stessi una macchina. Non avete mai pensato che tutti gli uomini sono essi stessi delle macchine ? “

“Si da un punto di vista strettamente scientifico, tutti gli uomini sono macchine guidate da influenze esteriori. Ma la questione è : può il punto di vista scientifico essere interamente accettato ?”

“Scientifico o non scientifico, per me è lo stesso, disse G. . Voglio farvi comprendere ciò che dico. Guardate! Tutte quelle persone che voi vedete – e indicava la strada – sono semplicemente macchine, niente più. (...) Voi pensate che qualcosa possa scegliere la propria via, qualcosa che possa resistere alla meccanizzazione; voi pensate che tutto questo non sia egualmente meccanico.”

“Ma come!” esclamai. Certamente no! L’arte, la poesia e il pensiero sono fenomeni di tutt’altro ordine”.

“Esattamente dello stesso ordine. Queste attività sono meccaniche esattamente come tutte le altre. Gli uomini sono macchine e da parte di macchine non ci si può aspettare altro che azioni meccaniche”.

“Benissimo, gli dissi, ma non vi sono persone che non siano macchine?”

“Può darsi che ce ne siano, disse G. ; soltanto, non sono quelle che voi vedete. Non le conoscete. E’ proprio questo che voglio farvi capire”

(...)  “Può un uomo smettere di essere una macchina ?”

(...) “Sì, è possibile smettere di essere una macchina, ma, per questo, è necessario prima di tutto conoscere la macchina. Una macchina, una vera macchina, non conosce se stessa e non può conoscersi. Quando una macchina conosce se stessa, da quell’istante ha cessato di essere una macchina; per lo meno non è più la stessa macchina di prima. Comincia già ad essere responsabile delle proprie azioni”.

“Questo significa, secondo voi, che un uomo non è responsabile delle proprie azioni?”

“Un uomo- ed egli sottolineò questa parola – è responsabile. Una macchina no.”

Ouspensky incontra Gurdjieff

"Il mio primo incontro modificò completamente la mia opinione su di lui e su ciò che egli poteva darmi. Me ne ricordo molto bene.
Eravamo arrivati in un piccolo caffè lontano dal centro, in una via rumorosa. Vidi un uomo non più giovane, di tipo orientale, con baffi neri e occhi penetranti, che mi colpì subito perchè sembrava del tutto fuori posto in quel luogo e in quella atmosfera. Ero ancora pieno d’impressioni d’Oriente e quest’uomo dal viso di Rajah indiano o di Sceicco arabo, che potevo facilmente immaginare con un barracano bianco o un turbante dorato, produceva, in quel piccolo caffè di bottegai e di rappresentanti, con il suo soprabito nero dal collo vellutato e bombetta nera, l’impressione inattesa, strana e quasi allarmante di un uomo mal travestito, la cui vista ci imbarazza, perchè vediamo che non è ciò che pretende di essere e dobbiamo tuttavia parlare e comportarci come se non ce ne accorgessimo. G. parlava un russo scorretto con un forte accento caucasico e quell’accento, al quale siamo abituati ad associare qualsiasi cosa eccetto idee filosofiche, rafforzava ancora la stranezza e il carattere sorprendente di quella impressione.
"

"La lettura si fermò alla fine del primo capitolo. G. aveva ascoltato tutto il tempo con attenzione.Stava su un divano, seduto con una gamba ripiegata, beveva caffè nero in un grande bicchiere, fumava, e mi lanciava di tanto in tanto uno sguardo. Mi piacevano i suoi movimenti, improntati di sicurezza e di una certa grazia felina; persino nel suo silenzio c’era qualcosa che lo distingueva dagli altri. Sentii che avrei preferito incontrarlo non a Mosca, in quell’appartamento, ma in uno dei luoghi che avevo recentemente lasciato, sul sagrato di qualche moschea del Cairo, tra le rovine di un quartiere di Ceylon o in qualche tempio dell’India del Sud – Tanjore, Trichinopoly o Madura.

P.D.Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto

domenica 27 novembre 2016

Abracadabra


Abracadabra, caso raro di parola pronunciata allo stesso modo in tutte le lingue (ovvero mai stata tradotta), è una parola magica, nota almeno dal III secolo d.C. nell'impero romano.

Il significato etimologico della parola può essere uno dei seguenti :

 - Avrah KaDabra (aramaico) = io creerò come parlo.

 - ha-bĕrakāh dabĕrāh (ebraico) = pronunciare la benedizione. 

 - abhadda kedhabhra (aramaico) = sparisci come questa parola. 

 - da Abraxas, un nome di Dio (o Eone) secondo lo gnosticismo
Da quando fu conosciuta, la parola fu usata come incantesimo per allontanare le febbri, infiammazioni ed epidemie.
Infatti, usata simbolicamente nella formula di triangolo capovolto, leggendo la parola che, riga per riga, perde una lettera, si pensa determini una diminuzione sull'oggetto pensato (della febbre, dell'epidemia, ecc..).

La prima testimonianza conosciuta si trova nel Liber medicinalis di Quintus Serenus Sammonicus (III secolo d.C.), medico presso l'imperatore romano Caracalla, il quale prescrisse che il paziente malato indossasse un amuleto contenente la parola scritta in forma di un triangolo capovolto.

Usato nella Londra del 1600, di fronte alla peste, gli abitanti, disperati, appendevano questo talismano fuori dalle proprie porte, sperando che tenesse lontano la malattia.

Carlo Levi, nel suo libro di maggior successo, "Cristo si è fermato a Eboli", autobiografico, in qualità di medico riferisce di aver notato spesso il triangolo dell'Abracadabra rivolto verso l'alto e portato come ciondolo in metallo o come foglietto scaramantico dai contadini della Lucania.

Nella saga di Harry Potter, la formula Abracadabra è ispiratrice della "maledizione senza perdono" di nome "Avada Kedavra" , di cui uno dei significati, "sparisci come questa parola", viene interpretato nella finzione del libro come "sparisci da questo mondo" ovvero è causa di morte.

Fonti :
 - Wikipedia, Abracadabra
 - Wikipedia, Incantesimi di Harry Potter

Per approfondire :
 - Laura Cionci, Abracadabra
 - Linkiesta, Il misterioso significato di abracadabra
 - La Tela Nera, Abracadabra: significato, usi e storia del simbolo esoterico 

venerdì 26 agosto 2016

Vesta

Wenceslas Hollar - Vesta
"Io sono Colei che è, e nessun uomo ha mai sollevato il mio velo."

L'origine della divinità romana Vesta (per i greci Hestia) è molto antica e si perde nella notte dei tempi.
La parola Vesta deriva da wes, “abitare, di­morare”, e quindi è la divinità del focolare e della casa stessa, ma non è il fuoco. Invece l'origine della parola Hestia è sueit, "bruciare", quindi Hestia è il fuoco.
 
Dea Vergine, a lei fu consacrato un sacerdozio esclusivamente femminile (fatto sorprendente ai giorni nostri), composto da 3 fanciulle patrizie (poi diventate 6), chiamate le Vestali, alle quali spettava il compito di tenere sempre acceso il fuoco nel sancta sanctorum del tempio a Roma a lei dedicato. Non sono quindi mai esistite statue che la raffigurassero, dea dal volto ineffabile.
Ogni inizio anno (il primo di marzo nell'antica Roma) il fuoco sacro veniva utilizzato per accendere i focolari all'interno di ogni abitazione di Roma.
La  scelta delle novizie spettava al Pontefice Massimo, tramite un rito chiamato "la cattura della vergine". Vestite di bianco, le venivano tagliate i capelli una sola volta (la tradizione popolare considera i capelli della donna come strumento magico, togliendoli si cautelavano da eventuali ritorsioni), prestavano servizio per 30 anni (10 come novizie, 10 come addette al culto e 10 come istruttrici per le novizie) e nella società godevano di uno status privilegiato, dopodiche potevano sposarsi (ed erano molto richieste).

A giugno, prima del solstizio d'estate, ricorreva la festività della Vestalia : in origine il 9 giugno, poi estesa dal 7 al 15 giugno, il primo giorno era chiamato Vesta aperitur mentre l'ultimo era Vesta cluditur.
In questo periodo, la parte esterna del sancta sanctorum, il Penus Vestae, ovvero la parte del tempio dove erano custoditi i Penati del popolo romano (Penates Populi Romani), era accessibile anche alle matrone (ovvero la  mater familias, cittadina romana sposa di un cittadino libero) purchè entrassero a piedi nudi, oltre al Pontifex Maximus, a cui poteva accedervi tutto l'anno.

Il fuoco sacro del tempio venne spento nel 389, con un editto di Teodosio I che proibì tutti i riti pagani, vennero così dimenticati i culti misterici custoditi dalle vestali.
Narra lo storico Zosimo che il tempio di Vesta (o di Rea) fu profanato da Serena, moglie di Stilicone che era Magister Militum di Roma. A seguito della profanazione, l'ultima delle vestali, Celia Concordia, invocò una maledizione sui coniugi.

« Serena, disprezzando i riti pagani, volle visitare il tempio della Gran Madre e, non appena vide che la statua di Rea portava una collana degna del divino rispetto, gliela tolse e se la mise. Una vecchia, una delle ultime vestali, la accusò di empietà, ma lei la insultò e la fece scacciare dal suo seguito. Allora la vecchia lanciò contro Serena, suo marito e i loro figli tutte le maledizioni che il suo gesto meritava. Serena, però, non le fece alcun caso e uscì dal tempio ostentando l'ornamento. »
(Zosimo, Storia nuova, V, 28)

Fonti:

Religiosità dell'Antica Roma : Lari, Penati, Mani

Lares - Museo Archeologico Nazionale di Napoli
L'antica religiosità del popolo che si insediò alle rive del Tevere è stata semplice e complessa allo stesso tempo. Semplice perchè fondalmentalmente era una religiosità legata ai cicli agrari e al focolare di casa, quindi molto intimistica e poco appariscente rispetto alle grandi teogonie degli dei olimpici della vicina Grecia. Complessa perchè certamente fu influenzata da quella presistente dei vicini popoli del Lazio, dagli Etruschi e dalla civiltà greca.
Di base traspare una religiosità duplice : da una parte una componente molto antica, legata alle tradizioni ancestrali di tipo animistico, e quindi il culto degli antenati, e quindi i Lari, i Penati, e in generale i Mani; dall'altra una componente più recente legata all'agricoltura e ai culti della Grande Madre, Vesta, figlia di Saturno (Sator, il seminatore) e Opi (l'abbondanza).

I Lari (Lares) sono gli antenati venerati nella domus romana. Infatti, attraverso il latino lares (focolare, usato ancora oggi come sinonimo di casa), deriva dal'etrusco lar ovvero padre. Sono posti in una nicchia della casa chiamato Larario, vengono rappresentati da statuette chiamate Sigillium (da signum, segno, immagine) e onorati con incensi ed una fiamma accesa.
Tali statuette raffiguravano giovani che indossano una corta tunica ed alti calzari, talvolta gemelli, a ricordare la dualità sempre presente a Roma (si pensi al mito di Giano bifronte).
I Lari venivano scambiati durante il periodo dei Saturnalia, in particolare nell'ultimo giorno, il 23 dicembre, che prese il nome di Sigillaria. Curioso che anche il 25 dicembre a Natale ci si scambi i doni, forse che il dono che ci scambiamo è in realtà un Lares ?

I Penati sono gli antenati e spiriti protettori, deriva dal latino penas, ovvero "tutto quello di cui gli uomini si nutrono", quindi in origine proteggevano il cibo custodito in casa, e il loro posto era il Penitus, ovvero il luogo della casa dove si custodisce il cibo (oggi la cucina o la dispensa). In seguito divennero più genericamente i protettori della famiglia, sovrapponendosi quindi con la funzione dei Lari.
Ogni famiglia aveva i propri Penati che venivano trasmessi in eredità insieme ai beni patrimoniali. Ai Penati, che risiedevano nel Larario insieme ai Lari, si occupava il capofamiglia (pater familias) che puliva regolarmente l'edicola e ad ogni pasto veniva offerto loro del cibo : il sale, che purifica e conserva il cibo, e del farro, il primo cereale coltivato dai romani.  

Quindi i Lari e i Penati, entrambi considerati come gli spiriti degli antenati, svolgeranno la funzione di protettori della famiglia e del focolare, in quanto i primi di derivazione etrusca e i secondi di origine autoctona.

Dei Mani ci sono pareri discondanti, sono considerati anime dei defunti, a volte buone e a volte cattive, il cui culto nacque dalla concezione dell'aldilà, composto da un paradiso (Campi Elisi) e da un luogo degli inferi (Tartaro) , quest'ultimo un luogo triste popolato da spiriti che vagano senza meta,  e che quindi, se non celebrati in riti dai vivi, decidono di tornare sulla Terra a disturbarli. 
Per questa ragione, ogni famiglia romana celebrava i parenti defunti in due periodi dell'anno, i Rosaria (festa mobile, che dipende dal periodo delle fioriture delle rose, di solito nel mese di maggio), dove venivano portate rose e viole alle tombe, e nei Parentalia (dal 18 al 21 febbraio) dove si svolgeva un banchetto, chiamato Refrigerium, vicino al luogo di sepoltura.

Scrive Sant'Agostino da Ippona, nella Città di Dio :
« [Apuleio] afferma inoltre che anche l'anima umana è un demone e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dèi Mani se è incerta la loro qualificazione. »


Fonti :
 - Lari, Wikipedia
 - Penati, Wikipedia
 - Mani, Wikipedia
 - Culto dei Penati, RomanoImpero.com
 - Culto degli dei Mani, RomanoImpero.com

martedì 16 agosto 2016

L'elefante e la Verità


"C'era una volta un saggio re che invitò a palazzo alcuni ciechi dalla nascita.
Fece venire un elefante e chiese che lo toccassero e lo descrivessero.
Il cieco che aveva toccato le zampe disse che un elefante assomiglia ai pilastri di una casa. Quello che aveva toccato la coda, disse che assomigliava a uno spolverino di piume. Quello che aveva toccato le orecchie, lo paragonò ad un setaccio per vagliare; quello che aveva toccato lo stomaco, a un barile; quello che aveva toccato la testa, a un grande vaso di terracotta; quello che aveva toccato le zanne, ad un bastone. Quando sedettero per concordare la descrizione dell'elefante nessuno riuscì ad accordarsi con gli altri, e ne nacque una lite furibonda.

Bhikkhu, ciò che udite e vedete costituisce una minima parte della realtà. Se lo riteneste tutto il reale,  ne aveste una visione distorta. Chi segue la via mantiene un cuore umile e aperto, sapendo che la sua comprensione è incompleta. Dobbiamo applicarci sempre più a fondo per progredire sul sentiero.
Un seguace della Via conserva l'apertura mentale, sapendo che attaccarsi alle opinioni che nutre momentaneamente come se costituissero la verità assoluta ostacola la comprensione della verità. Umiltà e apertura mentale sono i due requisiti necessari a progredire lungo il sentiero"

Buddha Sakyamuni
Tratto da "Vita di Siddhartha il Buddha" di Thich Nhat Hanh

giovedì 2 giugno 2016

San Dionigi, santo cefaloforo

Molto particolare la leggenda del martirio di san Dionigi, primo vescovo di Parigi.

Cronache di Norimberga, 1493
Dionigi, insieme ad altri due compagni, il sacerdote Rustico e il diacono Eleuterio, fu mandato da Papa Clemente ad evangelizzare la Gallia nel III secolo dopo Cristo, e divenne il primo vescovo della città romana di Lutezia, oggi Parigi (Lutetia Parisiorum, insediamento dei Galli Parisii, forse in una zona paludosa - luto in celtico è la palude).
Fu condannato a morte dai pagani, forse da emissari dell'imperatore Domiziano, e fu decapitato nel 270 d.C. nella collina di Montmartre (in tempi più recenti, quartiere bohemienne e noto per la Basilica del Sacro Cuore sulla sommità), ovvero la collina del martirio (altri traducono con la collina di Marte), ma una volta decapitato si alzò, prese in mano la testa e camminò accompagnato da un angelo per sei chilometri (fermandosi anche a lavarla) lungo la Rue des Martyrs e consegnandola ad una nobile romana, Catulla, che la sepolse nel vicus Catulliacus.

Portò quindi con se la testa alla sua tomba, da cui cefaloforo, portatore della testa.

Sul luogo della sua sepoltura fu eretta prima una chiesa, per opera di Santa Genoveffa (Geneviève, patrona di Francia insieme a San Dionigi) - la prima menzione di San Dionigi è nella Vita di Genoveffa del 520 d.C. - e successivamente fu fondata la basilica di Saint Denis (Denis ovvero Dionigi in francese, femminile : Denise), ad opera del Re di Francia, il merovingio Dagoberto I. Rifatta nel 1100 circa in stile gotico, di poco posteriore all'edificazione della basilica di Chartres, è un modello di stile gotico francese.

Michelangelo Maestri, busto di Bacco, 1850
Esistono analogie tra Dionigi e il dio Dioniso, infatti Dionigi etimologicamente è colui che è consacrato a Dioniso (identificato col dio latino Bacco), originariamente un dio della vegetazione, e della linfa vitale che scorre nei vegetali, che si ritrae durante l'inverno e che poi torna a scorrere nei mesi estivi. E tra i vegetali, quelli più cari al dio erano quelli dolci, quindi l'uva (da cui l'identificazione con Bacco), il melograno, i fichi. 
In seguito, il dio venne identificato con l'estasi e la liberazione dei sensi (prodotti ad esempio dall'ebbrezza del vino) e celebrato nei Misteri Dionisiaci.
Altra coincidenza: i due compagni di Dionigi sono Rustico, riferito quindi alla campagna e Eleuterio, Eleutherius ovvero Libero, uno degli epiteti di Dioniso.

In passato fu confuso con San Dionigi l'Areopagita, discepolo di San Paolo. Viene celebrato dalla Chiesa Cattolica il 9 ottobre.

Fonti:
 - Lutezia, Wikipedia
 - Montmartre, Wikipedia
 - Basilica di Saint-Denis, Wikipedia
 - Dionigi di Parigi, Wikipedia
 - San Dionigi e compagni, Santi e Beati.it
 - Dioniso, Wikipedia

venerdì 26 febbraio 2016

Mantra


Il mantra è una formula sacra, molto usata in oriente, nell'induismo e nel buddhismo, ma talvolta anche in occidente, soprattutto nel cristianesimo orientale.
La parola mantra deriva dalle due sillabe MAN e TRA. Per quanto riguarda "man", sono tutti concordi a ricondurla a "manas" ovvero la mente, il pensiero, l'intelletto. 
Invece per "tra" i pareri sono discordi, chi la riconduce a "trayati" ovvero liberazione, chi "quello che protegge" oppure "attrezzo, strumento".
Il significato di mantra può quindi essere "liberazione della mente", "pensiero che offre protezione" o "strumento del pensiero".
Nel buddhismo giapponese, mantra viene tradotto in zhenyan che significa "true words", parole vere.

Le parole che compongono il mantra sono "parole di potenza". Le parole possono suddividersi in parole con significato (casa, sedia, bottiglia, hanno tutte un significato) e parole di potenza ovvero parole, talvolta senza significato, che producono un effetto psico-fisico sulle persone che le pronunciano per via della frequenza del suono emesso.  

Il mantra per antonomasia (maha mantra o grande mantra) è la sillaba OM (pronuncia AUM), il suono primordiale; seguono i mantra monosillabici, chiamati bija-mantra (bija in sanscrito significa seme), che, come un seme seminato nel terreno produce una pianta, allo stesso modo un mantra seme, recitato, produce un  grande effetto sul piano fisico, piano eterico o sui livelli di coscienza superiori. 
Esistono bija mantra per "svegliare" un particolare chakra , utilizzando la sillaba - seme - bija corrispondente, ad esempio se volessimo svegliare il ckakra del cuore (anahata), useremo il seme "yam".

Il mantra può essere paragonato alla nostra preghiera cristiana, con la differenza che, mentre nella preghiera si chiede spesso un intervento divino (quasi fosse il divino estraneo a noi stessi) e quindi il divino che si avvicina a noi, nel mantra è l'uomo che cerca di avvicinarsi al divino.
Un altra caratteristica del mantra che lo differenzia da una preghiera è il fatto che occorre ripeterlo tante volte - la ripetizione rituale viene chiamata japa - e tradizionalmente è praticata servendosi di un rosario indiano, il mala, composto da 108 grani. Inoltre è importante anche l'intonazione delle parole, quello che viene chiamato raga, o melodia.

Ciò che più si avvicina al mantra in occidente è la "preghiera continua" o "preghiera incessante" degli esicasti ovvero i monaci orientali che praticano l'Esicasmo.
Questa pratica, iniziata sin dagli albori dell'età cristiana tra gli asceti chiamati Padri del deserto, resa celebre in occidente dal libro "Racconti di un pellegrino russo", consiste nella ripetizione continua della preghiera di Gesù o preghiera del cuore:

"Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore"

che ripetuta incessantemente diventa quindi un mantra. Possiamo anche affermare che la recita del Rosario (litanie composte da Padre Nostro, Ave Maria ed altre preghiere) costituisce a tutti gli effetti un mantra.

Analogo del mantra nell'ebraismo, è la santificazione del nome di Dio, tratta dai versetti della Bibbia:

"Kadosh kadosh kadosh Adonai Tseva'ot" ("Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti o schiere angeliche")

che fa parte della preghiera della Qedushah (o Kedushah). Un'altra formula sacra è l'incipit di molte preghiere di benedizione:

"Barukh atah Adonai Eloheinu, melekh ha'olam"
("Benedetto sei Tu, o Signore, nostro Dio, Re dell'universo")

Analogamente, nell'islamismo, fatto salvo "Allah Akbar" ("Dio è il più grande" e non erroneamente "Dio è grande", altrimenti sarebbe stato "Allah Kabir") che viene ripetuto purtroppo anche a sproposito, un'altra frase-mantra è l'incipit di quasi tutte le sure del Corano, formula araba chiamata Basmala, ed è:

"Bi-smi 'llahi al-Rahmani al-Rahimi" ("In nome di Dio, Clemente, Misericordioso")

Fonti:


The photo above is taken by "Iain Harper" on Flickr, Creative Common licence

Om Mani Padme Hum


"Om Mani Padme Hum" è uno dei mantra più diffusi nel mondo buddhista e in particolar modo nel buddhismo tibetano. 

Può essere recitato sgranando il mala, il rosario buddhista, durante la meditazione.
E' di ausilio alla pratica buddhista di liberazione dal ciclo di rinascite dettate della legge di causa ed effetto, o karma, ovvero la libertà dalle sofferenze. 

Si narra che il suo autore sia stato un bodhisattva (1), Avalokitesvara, detto il bodhisattva  della Compassione, che visse nel periodo tra il buddha Sakyamuni (il buddha storico, Siddhartha Gautama) e il buddha futuro, che verrà, Maietreya.

La traduzione letterale del mantra è la seguente:

  • Om : è la sillaba sacra, il suono primordiale di Brahma, che precede la recitazione di ogni mantra, proprio perché da sempre è stata la prima sillaba.
  • Mani : è il gioiello
  • Padme : è il fiore di loto
  • Hum : significa "concedi", quindi come Om apre un mantra, Hum spesso lo chiude, come una preghiera cristiana che termina con "così sia" ovvero "concedimi questa grazia" 

Non ha quindi una diretta traduzione letterale ma il suo significato è legato a ciascuna delle quattro parole ovvero sei sillabe (Om Ma-Ni Pad.Me Hum).
Ora possiamo fornire una possibile interpretazione analizzando la simbologia del gioiello e del fiore di loto.
Mani, il gioiello, è lo stato del buddha, ovvero la buddhità (l'illuminazione), tanto è vero che i Tre Gioielli (Triratna) del buddhismo sono Buddha (la persona e la sua natura), Dharma (l'insegnamento del Buddha) e Sangha (la comunità delle persone che praticano il buddhismo).
Padme, il fiore di loto, rappresenta le qualità più elevate che deve avere un bodhisattva, una persona sul cammino della buddhità, ovvero la saggezza, la conoscenza e la comprensione (dell' impermanenza delle cose), che sono le qualità già specificate tra quelle dell'Ottuplice Sentiero.

Quindi se volessimo interpretare il mantra, potremmo dire:

"Salute a te, gioiello sul fiore di loto, così sia",

o più esplicitamente:

"Concedi che il gioiello si posi sul fiore di loto"
(così, praticando le qualità del buddha, possa diventare anch'io illuminato).

Un'altro possibile utilizzo del mantra è correlato alle sue sei sillabe, OM MA NI PAD ME HUM, che agiscono a livello di trasformazione interiore, ovvero di purificazione delle sei emozioni negative (orgoglio, gelosia, desiderio, ignoranza, cupidigia e rabbia), trasformandole nelle sei virtù (generosità, armonia, comportamento, resistenza, entusiasmo, concentrazione/comprensione).
Inoltre, ad ogni sillaba può essere corrisposto un colore:


  • Om, bianco, protegge dall'orgoglio
  • Ma, verde, protegge dalla gelosia
  • Ni, giallo, protegge dalla passione (o desiderio con connotazioni negative)
  • Pad, blu, protegge dall'ignoranza o oscurità mentale
  • Me, rosso, protegge dalla avidità, o cupidigia
  • Hum, nero, protegge dall'ira, dalla rabbia e dall'odio


Note:

(1) Bodhisattva è composto dalle parole sancrite bodhi, illuminazione, e sattva, essere; quindi la traduzione letterale è "essere nell'illuminazione". In generale si dice di persona che è sul cammino del risveglio (o illuminazione, bodhi) o lo è già diventato.

Fonti:
 - Wikipedia, Om Mani Padme Hum
 - Albero Sacro.org, Om Mani Padme Hum

giovedì 25 febbraio 2016

Hamsa, l'oca o il cigno


Hamsa nella cultura indiana è il cigno, ed ha un importante significato simbolico : è l'anima che vola da un posto ad un altro, metafora della reincarnazione, fino a quando non raggiunge la liberazione.
Hamsa, il cigno, è anche la cavalcatura della dea Saraswati, antica dea vedica della conoscenza, delle arti, letteratura, musica, pittura e poesia, ma anche della verità, del perdono, delle guarigioni e delle nascite; anticamente era una divinità fluviale.
Hamsa è anche il mantra So-Ham (l'inversione delle sillabe Ham-Sa) che in sancrito significa "io sono Quello", ovvero la mia anima individuale (atman) è connessa all'anima universale (Bramhan). So Ham è anche il suono dell'inspirazione e dell'espirazione, quindi è il mantra naturale recitato da tutti gli esseri viventi (leggi anche l'articolo "respirazione e mantra").

Fonti:
 - Caverna Cosmica, Simbologia dell'oca
 - Wikipedia, Saraswati
 - Treccani, Atman
 - Centro Paradesha, L'iniziazione al cigno solare di Swami Veda Bharati

mercoledì 24 febbraio 2016

I quattro luoghi santi buddhisti


Le quattro località principali significative nella vita di Siddhartha Gautama, ovvero il Buddha (l'illuminato, il risvegliato) sono:

  1. Il luogo di nascita, Lumbini, nel Nepal meridionale, nel 566 a.C.
  2. Bodh Gaya (o Bodhgaya) , luogo dell'albero (un albero di Pipal ovvero Ficus Religioso) sotto il quale ricevette l'illuminazione
  3. Sarnat, vicino a Vanarasi (Benares) dove tenne il suo primo sermone
  4. Kushinagar, luogo dove, ad 80 anni. passò al parinirvana.


Buddha il rivoluzionario

Ayutthaya (Thailandia)
Siddhartha Gautama, al pari di Gesù il Cristo in Palestina, fu un grande rivoluzionario nell’India tradizionale dei bramini e del sistema sociale a caste, per tantissimi motivi: 

- Non riconobbe il sistema delle caste, chiunque poteva diventare monaco buddhista e l’anzianità nel monastero fu l’unica gerarchia.

- Vietò ai monaci di mangiare carne proveniente da animali uccisi allo scopo di diventare cibo per gli uomini, anticipando il pensiero del vegetarianesimo.

- Per natura intrinseca del buddismo, è una religione non violenta, ponendosi quindi come una delle poche religioni della terra che, credo, non si sia macchiata di violenze o uccisioni nel nome della “fede”. 

- Come si evince dalle parole di S.S. il Dalai Lama, non è una religione egemone, nel senso che non vuole imporre a nessuno la propria visione del mondo; al contrario la storia testimonia che è stata oppressa, nel passato dall’invasione mussulmana dell’India, e oggi, per quanto rigarda il buddhismo tibetano, dall’occupazione cinese del Tibet. 

Dal Milione di Marco Polo, abbiamo una bellissima testimonianza di Sargamo Borgani (il nome italianizzato di Siddhartha Gautama), di cui l'italiano venne a conoscenza nella tappa all’isola di Ceylon durante il viaggio di ritorno dall'Oriente, ove si legge:

« dimorò [...] tutta la vita sua molto onestamente: ché per certo, s'egli fosse istato cristiano battezzato, egli sarebbe istato gran santo appo Dio »
(Il Milione, Marco Polo)

martedì 23 febbraio 2016

La ruota del tempo

Un film documentario molto interessante, consigliato, è "Kalachakra, la ruota del tempo" del regista tedesco Werner Herzog.
Il film, uscito nelle sale nel 2003, narra il complesso rito buddhista tibetano dell'iniziazione del Kalachakra, rito che solo S.S. il Dalai Lama può presiedere.
La voce narrante nell'edizione italiana è di Marco Columbro.

Vengono raccontate le due cerimonie di iniziazione, avvenute l'anno prima dell'uscita del film, nel 2002, a Bodh Gaya (in India, nello stato del Bihar), e a Graz, in Austria, sede di un'importante comunità buddhista in Europa.

In particolare, Bodh Gaya è uno dei luoghi santi della religione Buddhista in quanto cresce l'Albero della Illuminazione, un albero di Pipal (Ficus Religiosa) presso cui Siddhartha Gautama detto il Buddha ricevette nel 530 a.C. l'illuminazione.

Un'altro luogo raccontato nel film è il raduno del Vesak alle pendici del monte Kailash, montagna sacra sia per i buddhisti che per i seguaci dell'antica religione Bon tibetana.

Approfondimenti :

 - Wikipedia, Kalachakra,, la ruota del tempo
 - Wikipedia, Bodh Gaya


lunedì 22 febbraio 2016

La foglia di pippala, l'impermanenza e il vuoto


Sorrise e levò lo sguardo a una foglia di pippala [pipal o ficus religiosa] stagliata contro il cielo azzurro, la cui punta ondeggiava verso di lui come se lo chiamasse. Osservandola in profondità, Gautama [Siddhartha Gautama ovvero il Buddha] vi distinse chiaramente la presenza del sole e delle stelle; perché senza sole, senza luce e calore, quella foglia non sarebbe esistita. Questo è in questo modo, perché quello è in quel modo. Anche le nuvole vide nella foglia, perché senza nuvole non c’è la pioggia e, senza pioggia, quella foglia non poteva esistere. E vide la terra, il tempo, lo spazio, la mente: tutti presenti nella foglia. In verità, in quel momento preciso, l’universo intero si manifestava nella foglia. La realtà della foglia era un miracolo stupefacente.

Generalmente si pensa che una foglia sia nata a primavera, ma Gautama vide che esisteva già da tanto, tanto tempo nella luce del sole, nelle nuvole, nell’albero e in se stesso. Comprendendo che quella foglia non era mai nata, comprese che anche lui non era mai nato. Entrambi, la foglia e lui stesso, si erano semplicemente manifestati. Poiché non erano mai nati, non potevano morire. Questa visione profonda dissolse le idee di nascita e morte, di comparsa e scomparsa; e il vero volto della foglia, assieme al suo stesso volto, divennero manifesti. Vide che è l’esistenza di ciascun fenomeno a rendere possibile l’esistenza di tutti gli altri fenomeni. L’uno contiene il tutto, e il tutto è contenuto nell’uno.

La foglia e il suo corpo erano una cosa sola. Nessuno dei due possedeva un sé permanente e separato, nessuno dei due poteva essere indipendente dal resto dell’universo. Vedendo la natura interdipendente di tutti i fenomeni, Siddhartha ne vide perciò la natura vuota: tutte le cose sono vuote di un sé separato e isolato. Comprese che la chiave della liberazione sta nei due principi dell’interdipendenza e del non sé. Le nuvole correvano nel cielo, come uno sfondo bianco dietro la foglia traslucida di pippala. Forse quella sera stessa, incontrando una corrente fredda, le nuvole si sarebbero trasformate in pioggia. Le nuvole erano una manifestazione, e la pioggia un’altra manifestazione. Le nuvole, che non erano mai nate, non sarebbero mai morte. Se le nuvole potessero capirlo, pensò Gautama, avrebbero certo cantato di gioia cadendo sotto forma di pioggia sulle montagne, le foreste e le risaie.

Illuminando i fiumi del corpo, delle sensazioni, delle percezioni, delle formazioni mentali e delle coscienza, Siddhartha comprese che l’impermanenza e l’assenza di un sé sono le condizioni indispensabili alla vita. Senza impermanenza, senza mancanza di un sé, nulla potrebbe crescere ed evolversi. Se un chicco di riso non avesse la natura dell’impermanenza e del non sé, non potrebbe trasformarsi una piantina. Se le nuvole non fossero prive di un sé e impermalenti, non potrebbero trasformarsi in pioggia. Senza natura impermanente e priva di un sé, un bambino non potrebbe diventare adulto. “Quindi” pensò, “accettare la vita significa accettare l’impermanenza e l’assenza di un sé. La causa della sofferenza è la falsa nozione della permanenza e di un sé separato. Vedendo ciò, si giunge alla comprensione che non c’è né nascita né morte, né creazione né distruzione, né uno né molti, né dentro né fuori, né grande né piccolo, né puro né impuro. Sono tutte false distinzioni create dall’intelletto. Penetrando nella natura vuota delle cose, le barriere mentali vengono scavalcate e ci si libera dal ciclo della sofferenza”.

Tratto da "La vita di Siddhartha il Buddha" di Thich Nhat Hanh

I Cinque Buddha


Tutti noi conosciamo le vicende storiche di Siddhartha Gautama, nato a Lumbini nel 566 a.C. , detto il Buddha ovvero l’illuminato o il risvegliato, chiamato anche Sakyamuni (l'asceta o il saggio della famiglia Sakya, la sua famiglia d’origine). 
Più in generale è possibile affermare che ciascun individuo che raggiunge lo stato di illuminato o risvegliato si può definire Buddha, o in altre parole, acquisisce l’attributo di “buddhità”.
Infatti, secondo le tradizioni buddhiste, 6 sono stati i buddha prima di Sakyamuni (quindi in totale sono 7 i buddha del passato). Il prossimo buddha del futuro sarà Maitreya

In ambito del buddismo esoterico, secondo la cosmogonia, è esistito un buddha primordiale, Adi Buddha (il Primo Illuminato) cui sono succeduti i Cinque Buddha (o Dhyani Buddha), ciascuno rappresentante un elemento (spazio, acqua, terra, fuoco, aria) ovvero una direzione, un colore, una stagione, a cui, per la legge delle corrispondenze macro-microcosmo, corrisponde un chakra, un potere, una capacità, una saggezza e così via. 
Nell’ambito delle iniziazione del buddismo tantrico tibetano, ogni dhyani buddha da origine ad una famiglia di mandala differente. Tale mandala viene utilizzato dall’iniziato nel suo cammino verso la buddhità.

Di seguito, i principali attributi dei Cinque Buddha:


VAIROCANA
AKÙOBHYA
RATNASAMBHAVA
AMITABHA
AMOGHASIDDHI
colore
bianco
blu
giallo
rosso
verde
simbolo
ruota del Dharma
Vajra
gioiello
loto
doppio vajra o spada
veicolo
leone
elefante
cavallo
pavone
san-san
saggeza
del Dharmadhatu  (=della natura vuota di tutte le cose)
simile a specchio
dell’uguaglianza
discriminante
dell’agire perfetto
potere
pacificazione
stabilità
accrescimento
controllo
distruzione
capacità
intelligenza
compassione
umiltà
soddisfazione
Rallegramento
klesha
ignoranza/ottusà
odio/avversione
orgoglio/superbia
attaccamento/bramosia
invidia/gelosia
skandha
coscienza
forma
sensazione
percezioni
strutture mentali
elemento
spazio
acqua
terra
fuoco
aria
chakra
capo
cuore
ombelico
gola
perineo
direzione
centro/zenit
est
sud
ovest
nord
stagione
continuità
inverno
autunno
primavera
estate
periodo del giorno
eterno presente
alba
metà mattino
tramonto
crepuscolo

Fonti :
 - samtencholing.eu : I 5 Dhyanibuddha
 - J.M.Riviere, Kalachakra, iniziazione tantrica del Dalai Lama; Edizioni Mediterranee