mercoledì 11 dicembre 2013

Le Chiavi del Paradiso

Perugino, la consegna delle chiavi a San Pietro
(particolare) -  Cappella Sistina,Vaticano.
Le chiavi del Paradiso, una d'oro e una d'argento, consegnate da Gesù a San Pietro (e per questa ragione chiamate "le chiavi di San Pietro"), è un'immagine consueta dell'iconografia medievale.
Una delle tante testimonianze pittoriche è del Perugino (Piero Vannucci) che raffigura, in un affresco della Cappella Sistina in Vaticano, l'atto della consegna delle chiavi.

L'iconografia delle chiavi è tratto dal Vangelo di San Matteo, secondo il seguente passo (16, 13-20) :

"Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo."

Perugino, la consegna delle chiavi a San Pietro. Cappella Sistina,Vaticano.
Perchè due chiavi ? 
Dal passo del Vangelo si deduce che il legame tra Cielo e Terra è duplice: ciò che viene legato in Terra, verrà legato in Cielo (prima chiave), e ciò che è sciolto in Terra, verrà sciolto anche in Cielo (seconda chiave). 
La porta del Paradiso è una porta con due chiavi : una serve per aprire e l'altra per chiudere. In altre parole, rappresentano due direzioni, l'una che sale, che conduce dalla Terra al Cielo, e l'altra che scende, che porta dal Cielo alla Terra. Una quindi l'apre l'uomo, l'altra la apre la Divinità.

Perchè di colore oro e argento ?
Oro perchè è la chiave attiva, emissiva (come il Sole), che lega. Argento perchè è la chiave passiva, che assorbe (come la Luna che riflette la luce solare), che scioglie.

Dato che San Pietro è stato il primo Papa, ecco che tutti i Papi e quindi lo Stato del Vaticano, di cui è sovrano, ereditano lo stesso simbolo.

domenica 24 novembre 2013

Il Matto ovvero il Chaos

Chaos Magnum, Santa Maria Maggiore (Bergamo)

« Dunque, per primo fu il Chaos, e poi
Gaia dall'ampio petto, sede sicura per sempre di tutti
gli immortali che tengono le vette dell'Olimpo nevoso,
e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade,
e poi Eros, il più bello fra gli dèi immortali,
che rompe le membra, e di tutti gli dèi e di tutti gli uomini
doma nel petto il cuore e il saggio consiglio.
Da Chaos nacquero Erebo e nera Nyx.
Da Nyx provennero Etere e Hemere
che lei partorì concepiti con Erebo unita in amore. »
(Esiodo, Teogonia)

Il significato profondo, esoterico, della carta del Matto dei Tarocchi è l'archetipo del Nulla ovvero del Chaos.
Cos'è il Nulla ovvero il Chaos ?
Diversamente dal significato moderno di caos, ovvero di disordine, in origine il caos ero concepito in antitesi al Cosmo, ovvero ciò che esisteva prima del Cosmo, del Senza Forma prima della Forma, del Non Manifesto prima del Manifestato.
Secondo gli antichi Greci, in particolare nella Teogonia di Esiodo e nel Timeo di Platone, il Chaos è costituito da materia prima informe, che il Demiurgo la plasma (gli da forma), da cui nasce Gea (la Terra) e tutti gli altri dei, e plasmandola gli infonde un'anima, l'Anima Mundi, l'Anima del Mondo, vivificando così la materia inerte.
Si noti come la cosmogonia greca sia differente da quella cristiana: non c'è Dio che crea il Mondo, ma esiste un Demiurgo che, come un artigiano, lavora su di una materia primordiale che esiste già (che non significa che esista da sempre ma che è stata creata, non dal Demiurgo).

il dio Ea nell'Apsu

Quando in alto il cielo era senza nome,
in basso, la terra non aveva nome,
Apsu, il primo, fonte di entrambi,
e Tiamat la madre, genitrice del cielo e della terra,
si mescolavano in un'unica massa.  
(Enuma Elish, poema sumerico)

Secondo gli antichi sumeri, il Caos primordiale era costituito da una mescolanza di acque : Apsu, il dio delle acque sotterranee (dolci) e Tiamat (la dea delle acque sotterraee salate), che accoppiandosi diedero origine agli dei e quindi al Cosmo.

Secondo la teoria standard del Big Bang, il Cosmo sarebbe nato da un'espansione di una concentrazione puntiforme di energia: forse è questo, punto incommensurabilmente denso, il Chaos ?

Fonti:
- Wikipedia, Teogonia (Esiodo)
- Wikipedia, Timeo (Platone)
- Wikipedia, Apsu

sabato 23 novembre 2013

L'innocenza del Matto (Māt)

Tarocchi Rider-Waite, il Matto
Abbiamo scritto a proposito dell'arcano del Matto due post, l'uno filologico, descritto in gran parte dallo studio di Oswald Wirth, il quale fa derivare l'interpretazione dell'arcano dal senso letterale del nome, così ben raffigurato da Giotto nella Cappella degli Scrovegni : La Stultitia ovvero La Stoltezza (leggi post).
D'altra parte, dal confronto con la moderna carta del Jolly-Joker, propendiamo per l'interpretazione del Giullare, non necessariamente stolto, ma anzi libero di esprimersi, giunge alla "pazzia sacra" che lo pone in contatto con la Trascendenza Divina (come la trance dei sciamani) (leggi post).

Un'altra interpretazione è quella di simbolo dell'innocenza, come nella carta dei tarocchi Rider-Waite, dove un giovane vestito con motivi floreali e dischi stellari, parte per un viaggio senza una meta prestabilita, impresa non priva di rischi, in quanto prossimo all'orlo di un baratro, ma  assistita dal suo fedele cane che lo avverte del pericolo (di cui non si accorge, infatti guarda in alto e non dove cammina) e propiziata dalla luce del sole splendente.
Tarocchi della Golden Dawn, il Matto
Un fiore bianco in mano, simbolo della purezza e una piuma in testa, simbolo della leggerezza dei pensieri (leggeri come una piuma: si ricordi l'affresco di Giotto della Stultitia).
Del resto, l'innocenza come qualità desiderabile come narra Gesù nel Vangelo di Matteo: "Se voi non cambiate e non diventate come fanciulli, non entrerete nel Regno dei Cieli".

Portato il simbolismo all'estremo, il fanciullo è in realtà un bambino nei tarocchi della Golden Dawn. Si osserva come l'innocenza del fanciullo conviva con la "bestia feroce", il lupo (ovviamente nel simbolismo, non nella realtà).

Dal punto di vista etimologico, la parola Matto, quando usata con la parola Scacco, deriva dal persiano "Māt", Morire (da cui discente l'arabo "mata", l'ebraico "muth" e successivamente lo spagnolo "matar"). Tanto è vero che, nel gioco degli scacchi, la partita termina quando avviene "scacco matto", che deriva dal persiano "Shāh Māt" (lo Shah, ancora qualche anno fa, era il re di Persia) che significa: "il re è morto".

Ecco che il cerchio si chiude: la via del percorso spirituale è sempre una morte seguita da una rinascita (la "seconda nascita" di cui si parla nel Vangelo di Giovanni). Il matto è morto a se stesso, ovvero ha abbandonato quello che era (ma che non era reale) per rinascere come un fanciullo, libero da schemi e da preconcetti.

sabato 10 agosto 2013

Chakra e numerologia

Primo chakra : quattro
Il simbolo del primo Chakra consiste in un fiore di loto a quattro petali, in cui è inscritto un quadrato.

Il numero quattro è quindi il numero della manifestazione (l’essere che si è manifestato), il mondo materiale, ovvero tutto ciò che esiste nella realtà fenomenica, accessibile dai cinque sensi naturali dell’essere umano.
Esempi di quaternario : i quattro punti cardinali, i quattro elementi naturali (terra, acqua, aria, fuoco), le quattro stagioni, le quattro fasi lunari, le quattro fasi della vita umana.
Tutta la manifestazione è quindi rappresentata dal numero quattro.

Secondo chakra : sei
Il simbolo del secondo Chakra consiste in un fiore di loto a sei petali.

Secondo sant’Agostino, sei è il numero perfetto:
Sei è un numero perfetto di per sé, e non perché Dio ha creato il mondo in sei giorni; piuttosto è vero il contrario. Dio ha creato il mondo in sei giorni perché questo numero è perfetto, e rimarrebbe perfetto anche se l'opera dei sei giorni non fosse esistita.
(Sant'Agostino d'Ippona, La città di Dio).

Anche gli studiosi di Cabala concordono sull'importanza del 6, infatti la prima parola della Bibbia (Genesi), “Bereshit”, tradotta come "in principio", numericamente corrisponde alla frase “Creò il 6”.
Quindi, così come il 4 è legato alla manifestazione (lo spirito che si manifesta nella materia), il 6 rappresenta il Creato (“e Dio creò il Cielo e la Terra”, quindi è già polarizzato), e i Serafini, gli angeli più perfetti creati da Dio, hanno 6 ali. 
Inoltre, se 4 sono i lati di un quadrato, 6 sono le faccie di un cubo (l’uno la proiezione dell’altro, dallo spazio a tre dimensioni al piano a due dimensioni).

Inoltre, essendo il 6 composto da 3+3, ovvero corrispondenti a due triangoli opposti (si pensi alla stella a sei punte, o sigillo di Salomone), rappresenta la dualità : ascensione e materializzazione, separazione ed unione, altruismo ed egoismo, ed anche natura umana e natura divina del Cristo.
Anche nei Tarocchi, il 6 è il numero della scelta (l’amante al bivio tra due donne), ad indicare l’ambivalenza, e su di un trono a forma di cubo (che ha 6 faccie) è seduto l’Imperatore (arcano numero 4).

Terzo chakra : dieci
Il simbolo del terzo Chakra consiste in un fiore di loto con dieci petali.

Il numero 10 era importantissimo per i pitagorici, tanto da meritare il nome di “tetraktys” ovvero il numero che descrive in se l’intera manifestazione, in quanto somma di 1+2+3+4, ovvero sucessione aritmentica dei primi quattro numeri naturali, che può anche essere rappresentato da un triangolo equilatero di lato quattro.
Inoltre la somma delle sue cifre 1+0=1 rimanda ancora all’unità.


Quarto chakra : dodici
Il simbolo del quarto Chakra consiste in un fiore di loto con dodici petali.

Il dodici è il numero della completezza ovvero della chiusura di un ciclo. Dodici infatti sono i mesi dell'anno, dodici i segni dello zodiaco, dodici le ore nel quadrante di un orologio, tutti cicli legati allo scorrere del tempo.

Dodici sono anche, nel mito greco, le fatiche di Ercole, che allegoricamente rappresentano un percorso spirituale. Dodici è anche, in alcune società umane, l'età in cui si sostiene la prova di passaggio all'età adulta.
"Il dodici segna l'ingresso nella pubertà e dunque induce l'idea di una trasformazione radicale [...che] si fonda su un passaggio molto difficile e faticoso che è il solo che davvero porta a crescere. È per questo che il dodici traduce implicitamente gli ostacoli, i passaggi difficili, gli enigmi da risolvere. Nella maggior parte delle società, i riti iniziatici, destinati a far accedere allo stato di adulto, si praticano nel dodicesimo anno di età."
(Corinne Morel, Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze, p. 302)

In senso spirituale, dodici sono gli Apostoli, dodici le tribù di Israele, dodici le stelle intorno alla testa della Vergine (che è diventata la bandiera europea).
Anche nei Tarocchi, l'Appeso (arcano XII) rappresenta un'iniziazione: è colui che volontariamente ha deciso di non agire nel mondo (senza volontà), di rinunciare al proprio ego, elevandosi spiritualmente perchè legandosi le mani non può più trattenere nulla.

Quinto chakra : sedici
Sedici è il quadrato di quattro. Quindi se quattro è la manifestazione,  moltiplicandosi per se stessa significa la coscienza della manifestazione, ovvero la manifestazione che osserva se stessa, che si osserva in maniera riflessiva.
Psiticamente è l’auto-conoscenza di sé, proprio quello che il quinto chakra esprime.


giovedì 8 agosto 2013

L'elefante bianco, primo chakra

Muladhara Chakra, interpetato da Swami Satyananda Saraswati
("Theories of the Chakras" , H. Motoyama, p. 232)

Nella Bhagavad Gita (“il canto del Beato”), Sri Krishna racconta di sé al discepolo Arjuna:
Tra i cavalli, sappi che sono Uchchaihshrava, nato dal nettare; tra gli elefanti (sono) Airavata, l'elefante bianco di Indra; e tra gli uomini, l'imperatore (1).
(Bhagavad Gita, cap 10, verso 27)

L’animale associato al primo chakra è l’elefante bianco con sette proboscidi.
Dato che sette sono i chakra, e dato che l’energia della Terra proviene dal primo chakra, le sette proboscidi rappresentano il collegamento che la radice ha con gli altri sei chakra, attraverso cui l’energia della Terra, grezza ed indifferenziata, salendo si differenzia, diventando sempre più sottile.
Secondo la mitologia hindu, Airavata è l’elefante bianco con sette proboscidi, cavalcato da Indra, dio della pioggia e dei temporali.
Racconta il mito che Airavata è “colui che tesse le nuvole” : con le sue proboscidi attinge l’acqua dal sottosuolo e le vaporizza nell’aria, creando le nuvole, unendo così le acque inferiori alle acque superiori (nuvole che verranno poi utilizzate da Indra per produrre la pioggia)

Note:
(1) Curioso che 4 è il numero associato al primo chakra, e il quarto arcano dei Tarocchi è l'imperatore, uno delle personificazioni di Krishna.

Fonti :
 - Airavata, Wikipedia
 - The Muldahara Chakra, universal-mind.org
 - Bhagavad Gita, guruji.it

giovedì 11 luglio 2013

Essere è essere percepiti

"L'educazione di Achille" (il centauro Chirone è il mentore)
  Jean-Baptiste Regnault, 1782, Louvre, Parigi

Esse est percipi” scrive il filosofo irlandese George Berkeley (1685-1753).
Credo che sia una visione un po’ controcorrente.Significa che noi esistiamo in quando siamo percepiti (e percepiamo). Però ha un senso molto profondo.
Se applicato nel campo dello Spirito, e Berkeley era vescovo, indica che è Dio che ci percepisce e quindi ci mantiene in esistenza. Se per un attimo Dio smettesse di percepirci, pluff, tutto il mondo svanirebbe, in un battito d’ali, ciao ciao al nostro mondo!
Se invece lo interpretiamo secondo la “teoria della Ghianda” dello psicologo James Hillman (la vocazione, il daimon che ci accompagna e che ci guida e che ci chiama al nostro compito), questo sta a significare  la ghianda ha bisogno di essere percepita, ovvero vista, per poter crescere, ovvero discendere, ovvero portare a compimento il suo piano, l’immagine originaria, che ha per noi.
La percezione della ghianda avvine, soprattutto per le grandi personalità, da un mentore, ovvero da qualcuno che percepisce in maniera chiara e immediata le potenzialità.
Questa percezione è proprio come vedere. Ma vedere cosa ? La metafora è l’ ”occhio del cuore” che vede l’immagine (la ghianda è l’immagine originaria) nel cuore di un altro. E’ un “affinità elettiva” cuore a cuore (da non confondere con quella genitale-genitale). Il mentore si innamora della fantasia (l’invisibile) dell’altro.
Non solo mentori beneinteso la nostra ghianda cerca, per la stessa ragione l’affetto del cuore si rivolge agli amici e amanti. Ciò non deve sorprendere, infatti negli annunci della “posta del cuore”, dopo la descrizione anagrafica, non viene scritto il messaggio più importante, quello per cui si scrive (per essere riconosciuti),dell'"inguaribile romantico" che cerca il riconscimento animico ?

mercoledì 10 luglio 2013

Percepire l'invisibile

Abbiamo scritto nel post "descrivere l'invisibile" che la ghianda appartiene alla realtà invisibile così come è il mito che cerca di creare un ponte con la realtà tangibile e visibile.
Ma come si percepisce l'invisibile ?
Con l'intuizione, con quella facoltà umana che non coinvolge nè il cervello (e quindi i processi logici) nè l'emozione, ma è una comprensione diretta e immediata, fulminea, chiara e completa di un qualcosa o di una situazione.
Spesso quando vediamo per la prima volta una persona arriva l'intuizione che, con un unico sguardo (com'è vestito, l'espressione del volto, la voce, ecc) ci fa intuire la tipologia di appartenenza.
L'intuizione "arriva" nel senso che non siamo noi a costruirla ma arriva da sola. L'intuizione vede le cose nella sua globalità e in maniera chiara. Nonostante la sua chiarezza e rapidità, non è detto che l'intuizione sia necessariamente giusta, può anche accadere che ci faccia prendere un grosso abbaglio. In questo caso, psicologi come Jung, ritengono che l'intuizione debba essere mediata dalle altre tre funzioni della coscienza : pensiero, sentimento, sensazione. In altre parole dobbiamo verificare i fatti, tenendo conto del pregresso (lo storico, la tradizione), usando la logica e il pensiero, e giudicando con il sentimento.

Per ritornare al mito, per comprendere il mito occorre che ci arrivi l'intuizione, senza la quale non ci sarebbe possibile comprenderlo. Sebbene non abbiamo prove reali e tangibili che quello che abbiamo intuito sia vero, con l'intuizione siamo fermamente conviti che lo sia!

lunedì 8 luglio 2013

Destino

Georg Schöbel, allegoria del destino

La teoria della ghianda afferma che l’anima sceglie il proprio daimon (ovvero immagine originaria, o destino o vocazione) prima di scendere ed incarnarsi sulla Terra.
Ma se così fosse, se si potesse scegliere il proprio destino, vuol forse dire che la nostra vita è predeterminata, ovvero è già stabilita ogni cosa, ogni evento, persino la data di morte, e quelle che credavamo fossero delle scelte non sarebbero altro che un’illusione ?
No, la ghianda non ha questo potere. Del resto, nel mito di Platone, nemmeno le Moire che tessono il filo della vita sono in grado di farlo. Credere che la vita sia completamente predestinata (che si chiama fatalismo o teoria fatalistica) significa scaricare tutta la responsabilità della vita sul Fato e noi esserne completamente non responsabili.
Invece la ghianda è portatrice di un carattere. Non conosce (e non determina) ogni singolo evento, può solo intervenire per “aggiustare la rotta”, facendo capitare un evento che cerca di allineare la vita con la vocazione (una singolarità direbbero i fisici teorici, uno “sliding door” per chi ha visto l’omonimo film – ovvero una porta di una metropolitana che si apre/non si apre, e che cambia una vita).
Questo concetto è molto profondo e radicato in molte culture. Può capitare un evento, talvolta insolito, perché ci passa accanto una divinità minore, che come un battito di ali di farfalla, produce degli effetti. Oppure, per chi è cristiano, ci è passato accanto un angelo, ed è piena la letteratura di racconti degli interventi, spesso provvidenziali, degli angeli tra gli umani.

Quindi esiste il Fato, non il fatalismo.

Gli antichi affermavano “post hoc, ergo propter hoc”: dopo l’evento (post hoc) diamo una spiegazione della causa che lo ha fatto accadere (ergo propter hoc). In altre parole “gli eventi ci accadono, e gli uomini non possono capire perché una cosa ci è accaduta, ma, visto che è accaduta, evidentemente ‘doveva essere’ “ (cit. James Hillman, Codice dell’Anima).
Questo è molto importante: abbiamo la scelta, scegliamo, e quello che abbiamo scelto risulterà “ciò che doveva essere” : capite, è come se prima hai la libera scelta, e dopo scopri che quello che hai scelto era l’unica scelta, perché doveva essere proprio così.
E' un concetto rivoluzionario, ma non per la fisica quantistica. Un fisico teorico capirebbe benissimo perché, a differenza della fisica newtoniana, dove è sempre possibile sapere con esattezza posizione, direzione e velocità di un oggetto, per una particella (un oggetto infinitamente piccolo), nell’equazione probabilistica di Schrodinger, le funzioni d’onda che descrivono la particella (la scelta, le possibilità) collassa in una sola funzione nel momento in cui la osservo (vedo le conseguenza della mia scelta), quella funzione è quella che doveva essere!
Questo ci da una grande responsabilità, più di un fatalista, più all’opposto di uno che crede “che ci si faccia da soli, che tutto dipende da noi e da nessun altro” (come il mito americano occidentale) , perché ci obbliga a capire le ragioni, a maggior ragione quando ci capita “un accidenti”, ovvero qualcosa non va come avevamo sperato, proprio in queste situazioni occorre fermarsi a riflettere, e a capire se il Fato è intervenuto (e in tal caso la ghianda può volerci dire di “aggiustare la rotta” perché stiamo andando fuori strada) o che è stato determinato unicamente da noi.
Non a caso i cristiani aggiungono sempre, ad ogni loro proposito, “se Dio lo vorrà”, “a Dio piacendo”, “Deo concedente”, come se sapessero già l’importanza del Fato.
Anche il mito di Platone dice questo, infatti le Moire, che tessono il filo della vita, hanno il nome che deriva dall’indoeuropeo “smer” o “mer” che significa “ponderare, pensare, meditare, considerare, curare”, che sta ad indicare che occorre analizzare gli eventi per capire se sono determinati dal Fato, o che mi appartiene, capendo cosa avrei potuto fare e cosa posso ancora fare.

Un altro dilemma che fa sorgere la teoria della Ghianda è che, se la ghianda rappresenta una vocazione (diventerò un cantante, uno scrittore, un politico, un falegname) allora è una teoria teleologica (ovvero finalistica, che muove verso un fine) ? Per capirci, mentre la causalità si chiede “qual è la causa che ha determinato questo evento), la teleologia si chiede “qual è il fine?” e vede tutti gli eventi che si muovono verso questo fine.
Ebbene, così come la teoria della Ghianda parla del Fato, ma non è fatalista, ugualmente parla del Telos ma non è teleologica. Nel significato originario di Aristotele, telos è “ciò per cui”, ovvero non ha tutto organizzato e fa muovere precisamente verso un fine lontano e stabile, piuttosto si accontenta di “aggiustare la rotta” man mano, a breve termine, e quindi è molto vicina al contingente.
Per usare le parole di James Hillman:

La ghianda non si comporta tanto come una guida personale, quanto piuttosto come uno stile mobile, una dinamica interna che conferisce alle occasioni il sentimento che abbiano uno scopo; di lì quel senso di importanza: questo momento, apparentemente banale, è significativo, mentre quell’evento apparentemente importante, non conta poi molto.
Ecco, diciamo che alla ghianda interessa di più l’aspetto animico degli eventi, è più attenta a ciò che fa bene all’anima che a ciò che noi pensiamo faccia bene a noi stessi

domenica 7 luglio 2013

Che cos'è la ghianda?

Gustave Moreau - Hesiod and the Muse , 1891 ,
Musée d’Orsay
Per la psicologia tradizionale non esiste un concetto di “immagine originaria” nel senso di “nucleo della personalità” ovvero anima o psiche (curioso, visto che la psicologia ha - psiche - nella prima parte del nome), o forse talvolta viene spostata tra gli argomenti della parapsicologia.
Eppure l’immagine originaria ha molti nomi in tante culture diverse.
Nel mondo occidentale, veniva chiamata “genius” dai latini, o “daimon” dai greci (daimon non ha nulla a che fare con l’odierno significato di “demone”), per poi venire identificato con l’angelo custode dai cristiani.
Platone, nel mito di Er, capitolo finale della Repubblica, lo chiama “paradeigma”, o “forma fondamentale”, che abbraccia l’intero destino di una persona.

Lo psicologo James Hillman, ispirandosi al paradeigma di Platone, ha coniato il termine “ghianda” o “immagine originaria”.
Tanti nomi che non dicono esattamente cos’è la ghianda ma confermano che esiste.

Come conseguenza pratica di questa rivelazione di esistenza della ghianda, possiamo:

1) riconoscere il destino, o vocazione, o ghianda, come parte fondante dell’esistenza umana,
2) allineare la nostra vita sul destino di cui la ghianda è portatrice,
3) comprendere che tutti gli eventi non voluti fanno parte del disegno della ghianda, sono necessari ad esso e contribuiscono a realizzarlo.

Io non mi evolvo, io sono

Benozzo Gozzoli, Cappella dei Magi - Palazzo Medici, Firenze

Noi tendiamo a confondere ciò che siamo (l’immagine originaria, la ghianda) con la descrizione della nostra vita fatta con schemi tradizionali (leggi post: la chiamata del destino).
Per descrivere la nostra vita, la parola centrale non è tanto “crescita” quanto “forma”. Lo sviluppo ha senso solo se svela un aspetto della nostra immagine originaria.
E’ vero che ogni giorno impariamo (o disimpariamo), ma tutto ciò è già incluso nella ghianda (immagine di noi), e durante la vita non facciamo altro che portarlo alla luce (come le statue di Michelangelo, che svelava ciò che lui vedeva già dentro).
Noi non evolviamo, noi siamo (da cui la frase di Pablo Picasso: “io non mi evolvo, io sono”). 
Siamo quell’immagine originaria. E’ già tutto presente, come in un quadro, che ha già tutto visibile simultaneamente, nessuna parte del dipinto precede o segue un’altra (senza causa od effetto), e non importa l’ordine con cui il pittore ha dipinto le varie parti. 
E’ come se il tempo non esistesse.
E infatti il tempo non esiste..

La chiamata del destino

"La vocazione di San Matteo" - Caravaggio
Tutti abbiamo avuto la sensazione di essere chiamati ad un certo punto della nostra vita, o in maniera improvvisa, oppure sentirci spinti lentamente verso un approdo mentre si pensa ad altro.
Analizzando la vita, di preferenza si indagano i traumi passati (specie quelli infantili) senza considerare importanti tali sensazioni.  In altre parole, si fa un “film” della vita passata con i ricordi traumatici, e ci si fa un’idea di un carattere con dei tratti indelebili.
Può essere invece che la nostra vita non dipenda dall’infanzia (e dal passato in generale) ma dal modo in cui la immaginiamo. I guasti odierni non dipendono quindi dal passato ma dal modo traumatico con cui ricordo l’infanzia. Altrimenti, equivarrebbe a credere che ciò che siamo oggi sia il risultato di cause esterne che ci hanno plasmato.
 
Il senso della vocazione (alias: la chiamata del destino) ci fornisce una ragione per cui siamo vivi : è la sensazione che ciascuno è responsabile di fronte ad un’immagine (che verrà chiamata daimon o genio o ghianda o angelo custode) innata alla quale mi devo dedicare oltre al quotidiano. Il mondo vuole che io esista, e sono al mondo perché sono stato chiamato!

Nel mondo moderno esiste un appiattimento della propria identità.
Siamo descritti in termini sociologici, statistici, crediamo nella crescita come sviluppo: ho fatto prima questo, poi questo poi quell’altro (il curriculum). Il nostro itinerario sembra già scritto e previsto : posso allora sapere dove sono stato prima di arrivarci! E di contro, tutte le chiamate del destino (daimon) se va bene vengono viste come eccentricità.
Il daimon invece ci chiede di immaginare la vita diversamente, con romanticismo, alla luce di grandi idee, di bellezza, mistero, mito.

mercoledì 3 luglio 2013

Descrivere l'invisibile


Narra una leggenda nordica:
"I taglialegna nelle foreste di pini, abeti e larici del Nord erano soliti lavorare in solitudine quando abbattevano e sfrondavano alberi con la loro accetta. E bevevano, naturalmente, nelle brevi giornate di bianco gelo: caffè, schnaps.. E a volte appariva Huldra.
Huldra era una creatura di squisita bellezza, delicata, ammaliante e irresistibile. Capitava che, al vederla, un taglialegna lasciasse cadere l'accetta e si mettesse a seguire il richiamo del suo sorriso, addentrandosi nel folto della foresta. Non appena le arrivava vicino, Huldra gli voltava le spalle.. e svaniva. Distolto il viso sorridente , non c'era più nulla: la creatura non aveva un dietro, oppure la sua schiena era invisibile.
E il taglialegna, attirato troppo addentro la foresta, incapace di ritrovare i segni familiari per ritornare alla radura, perdeva l'orientamento e moriva congelato."

La teoria della Ghianda postula l'esistenza della Ghianda, assegnata a ciascuno di noi. Ma dove si trova questa ghianda ? Appartiene alla realtà invisibile naturalmente, quindi è inutile cercarla in questa o in quell'altra parte del corpo. In passato molti avevano provato a localizzare l'anima, senza successo.
Essendo invisibile, occorre prima descrivere cos'è l'imvisibile ovvero comprendere la natura dell'invisibilità.

Il mito sopra raccontato è citato dallo psicologo James Hillman per spiegare l'immaterialità del mito ovvero per descrivere il passaggio dal visibile all'invisibile (curioso: per capire i miti si racconta un mito!).
Il mito ha sempre un piede nel reale visibile (i sogni degli uomini primitivi, il tentativo di spiegare il cosmo, le visioni sciamaniche, le favole delle nonne ai bambini per farli addormentare) anche se non è legato a nessun fatto o data reale, è per sua natura, senza luogo e senza tempo.

Per usare le parole dello psicologo: "I miti scivolano nell'invisibile. Mostrano un viso ammaliatore, ma ciò che hanno dietro, quando li scrutiamo da vicino, svanisce. Non c'è più niente. Siamo smarriti nella foresta.".
Il mito è quindi un ponte, un ponte tra visibile e l'invisibile.
Non è l'unico. Secondo lo psicologo, altri ponti sono la matematica (le equazioni) e la musica (uno spartito musicale). Ci sarebbe anche il misticismo, tuttavia essi fanno concidere il visibile con l'invisibile, sapendo che non c'è differenza (l'invisibile è il supporto del visibile) e quindi non è possibile considerarlo un ponte.

Così come il mito di Huldra che ammalia, anche le formule matematiche, ad esempio quelle della fisica che cercano di riassumere le equazioni dei quattro campi fondamentali dell'universo (quando non si troverà la sola, quella unificante), hanno una bellezza che affascina. Ma dietro cosa c'è ? Forse la schiena invisibile di Huldra.
Ma l'invisibile è ovunque nel nostro quotidiano. Forse non si spende una vita per un ideale ? E cos'è un "ideale", non è forse invisibile ?  Sono visibili i "valori della famiglia" ? La felicità è visibile ? Per non parlare del Successo, Carriera, Consumismo, Economia. Se fossimo stati nell'antica grecia potevano diventare delle divinità, data la loro natura invisibile. Intere nazioni sono dominate dall'Economia, l'unione europea soffoca i suoi cittadini dandosi regole astratte di Economia, pareggio di bilancio, quote latte, ma se ci pensate appartiene tutto alla realtà invisibile.

Per concludere: "Forse Huldra, che svanisce confondendosi con la foresta è il mito personificato, la verità di fondo del mito catturata in un unica immagine poetica."


Fonte:
 - James Hillman, "Il Codice dell'Anima", Adelphi ed.

giovedì 27 giugno 2013

Crescere è discendere

Siamo tutti abitutati a pensare che crescere significa salire, in quanto collochiamo in alto le cose di pregio e in basso le cose di poco conto.
Questo vale per tante cose, i piani di un palazzo (dai seminterrati, al piano terreno fino a salire all’attico), una pianta che cresce, l’ascesa sociale (la “carriera”) e così via.
E questo modo di pensare viene applicato anche quando si parla di crescita o progresso spirituale, il cui simbolo è la scala ascendente, come quella della visione di Giacobbe (anche se, ricordo, gli angeli salgono e scendono)
In realtà, afferma lo psicologo James Hillman, crescere non è ascendere, crescere è discendere.
Solo in questo modo recuperiamo il senso della vita e possiamo dare un senso alle cose che ci accadono (mai per caso).
Questo vale per il santo Buddha, che ha lasciato il suo palazzo dorato perché la sua anima era richiamata dai vecchi, poveri e i malati e, discendendo, ha trovato un senso alla vita.
Questo vale per il neonato, la cui nascita è una discesa nella materia, infatti è come se si tuffasse: esce prima la testa (l’alto) e poi per ultimi i piedi (il basso). E il compito del bambino è abituarsi a vivere in questo mondo, una volta che l’ultimo legame diretto col Cielo (la fontanella nel cranio) si è sigillata.
E così vale anche per lo Zodiaco, che inizia con l’Ariete, la testa, e termina con i Pesci, ovvero il Maiale nell’oroscopo cinese, che simbolicamente corrispondono i piedi.
E così racconta la Qabbaláh, la mistica ebraica, dove Albero della Vita, rappresentato dalle dieci Sephirot, è un albero capovolto, le cui radici sono in cielo (Keter, la corona) e i rami col fogliame cresce verso il basso (Malkut, il regno).

Robert Fludd,
Theosophie, Philosophie,
Judentum, Kabbala, 1621
Racconta lo Zohar, uno dei principali testi della mistica ebraica:

Al tempo in cui il Santo, sia benedetto il suo nome, era in procinto di creare il mondo, decise di foggiare tutte le anime da assegnare, a tempo debito, ai figli degli uomini, e ciascuna anima era formata secondo i contorni esatti del corpo che era destinata abitare.. Ecco ora và, scendi nel tale luogo, entra nel tale corpo.
Ma il più delle volte l’anima obiettava: Signore del mondo, a me piace restare qui in questo regno, e non ho alcun desiderio di andarmene in un altro, dove sarà schiava e verrò contaminata.
Al che il Santo, sia benedetto il suo nome, rispondeva : Il tuo destino è, ed è sempre stato fin dal giorno in cui tu fosti formata, quello di andare in quel mondo.
Allora l’anima, vedendo che non poteva disubbidire, suo malgrado scendeva in questo mondo.”
(Zohar, il Libro dello Splendore)

martedì 25 giugno 2013

Genetica, ambiente e destino

Se per interpretare le vite umane riconduciamo tutto alla genetica (i cromosomi dei miei genitori) e ai fattori ambientali (ciò che i genitori hanno fatto o non hanno fatto nei primi anni di vita) allora la vita sarebbe una storia già scritta, un copione da recitare, una sceneggiatura scritta da un codice genetico, da traumi infantili e incidenti sociali. La storia di una vittima.
Ma in realtà si è vittima di una teoria, non della realtà.

James Hillman afferma che esiste un’altra spiegazione : l’immagine o impronta di se (la ghianda) che guida la nostra vita, che determina il nostro destino, carattere, vocazione.

l’idea che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta 
e che è già presente prima di poter essere vissuta

Nè genetica, nè ambiente, ciò che contradistingue la nostra vita è la ghianda, immagine di ciò che siamo veramente, che scegliamo prima di nascere (e di conseguenza scegliamo quando nascere, dove nascere e i nostri genitori) , che ci porta a fare delle scelte nella nostra vita e che chiamiamo destino, che non può essere ignorata altrimenti può procurarci solo dolori (l'irrequietezza dei bambini, la follia, forse anche la malattia)

La strada è nuova ma l’idea è antica:

ciascuna persona viene al mondo perché è chiamata."

L’idea viene da Platone, dal mito di Er che egli pone alla fine della sua opera più nota, la Repubblica.

William Blake, la pietà (1795 ca), Tate Gallery, Londra

Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. E’ il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto. È lui dunque il portatore del nostro destino.
Secondo Plotino (205-270 d.C.), il maggiore dei filosofi neoplatonici, noi ci siamo scelti il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all’anima e corrispondenti, come racconta il mito, alla sua necessità. Come a dire che la mia situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è stata scelta direttamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato.

(cit. tra virgolette tratte da: “Il Codice dell’anima”, James Hillman, ed. Adelphi)

domenica 23 giugno 2013

I principi dell'Omeopatia

1) Principio di similitudine : qualunque sostanza che in dose ponderale provoca una malattia diviene, dopo diluizione, capace di guarire una malattia simile
2) Principio dell'infinitesimale dinamizzato : il rimedio agisce al di là della soglia ponderale fino ai limiti più elevati dell'infinitesimale, esaltando l'informazione che veicola grazie all'azione della dinamizzazione indispensabile alla sua efficacia.
3) Principio di individualizzazione : non esistono le malattie, esistono i malati. Ciascuno sviluppa la malattia in un modo proprio e necessita di un trattamento individualizzato. Qualunque terapeutica deve adattarsi all'originalità dell'altro.
4) Principio di terreno : qualunque affezione acuta ha un significato e testimonia l'esistenza di un terreno patologico permanente e preesistente che va curato in profondità per rendere possibile la guarigione. La diatesi permette di prevenire le malattie future.
5) Principio di forza vitale : tutto è energia vitale, vibrazione, forza orientata ad un equilibrio che è garanzia di salute. E' a questo livello energetico che occorre indirizzare l'azione della dinamizzazione medicinale omeopatica nella similitudine vibratoria.

Tratto da "Hahnemann, Intuizione e genialità", di Max Tétau, ed. Tecniche Nuove 

Principio del metodo omeopatico, Max Tétau, "Hahnemann, intuizione e genialità", pag. 187

venerdì 10 maggio 2013

Lo scrivano di Dio


Voglio parlarvi di un mistico sorprendente, Jakob Lorber, nato nel 1800 vicino a Maribor, oggi in Slovenia ma all'epoca faceva parte dell'Impero Austro-ungarico e trascorse la maggior parte della sua vita a Graz, in Austria.
Era un buon musicista, aveva conosciuto Paganini dal quale aveva ricevuto lezioni, aveva tenuto un concerto alla Scala di Milano.
Il 15 marzo del 1840, il giorno che doveva assumere la carica di vice-capocoro all’Opera di Trieste, al mattino una voce interiore gli disse: “Alzati, prendi la penna e scrivi!”.
Da quel giorno, e per il resto della sua vita (fino al 1864) Jakob Lorber non ha più smesso di scrivere, conducendo una vita riservata, e scrivendo 36 volumi di circa 14.000 pagine in un'opera monumentale chiamata "Nuova Rivelazione", e tra essa, forse il libro più significativo, "il Grande Vangelo di Giovanni".
Un uomo che ha dedicato la seconda parte della vita come medium ovvero tramite di colui che possiamo chiamare Angelo Custode, che gli ha dettato tante e tali cose che era impossibile che appartenessero alla sua cultura, oltretutto ci sono rivelazioni di tecnologie sconosciute a quell'epoca, e tra tutte una in particolare si evince : Internet.
Tutti i suoi libri sono gratuiti in formato elettronico (e-book) e possono essere letti dal sito:



Fonti :
 - http://www.jakoblorber.it/
 - Wikipedia, Jakob Lorber
 - Cesnur (Centro Studi Nuove Religioni), L'Associazione Jakob Lorber

giovedì 9 maggio 2013

Verso la luce con l'Angelo Custode

Tutti (o quasi) abbiamo sentito parlare delle esperienze pre-morte, esperienze raccontate dai "sopravvissuti" ovvero dalle persone che, dopo aver attraversato il tunnel ed essersi diretti istintivamente verso la luce, per qualche ragione (il più delle volte perchè non era il loro tempo), sono ritornate indietro a raccontarlo.
Non solo queste esperienze concordano sostanzialmente quasi tutte , ma probabilmente sono state le stesse anche nel passato, anche se forse se ne parlava molto meno.

E con sorprendente somiglianza, l'olandese Hieronymus Bosch, grande pittore visionario ed esploratore dell'inconscio, già nei primi anni del Cinquecento, dipingeva queste esperienze nel celebre quadro "salita all'Empireo".
Inoltre, altra coincidenza, spesso è l'angelo custode che accompagna l'anima lungo questo viaggio.


Hieronymus Bosch, Ascesa all'Empireo - Palazzo Grimani, Venezia

mercoledì 8 maggio 2013

Perchè esiste la Luna?

Caspar David Friedrich, Two men contemplating the Moon, 1825 ca

"Lo so bene! esclamò il vecchio Qfwfq, voi non ve ne potete ricordare ma io sì. 
L'avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata: quand'era il plenilunio notti chiare come di giorno, ma d'una luce color burro, pareva che ci schiacciasse; quand'era lunanuova rotolava per il cielo come un nero ombrello portato dal vento; e a lunacrescente veniva avanti a corna così basse che pareva lì lì per infilzare la cresta d'un promontorio e restarci ancorata. 
Ma tutto il meccanismo delle fasi andava diversamente che oggigiorno: per via che le distanze dal Sole erano diverse, e le orbite, e l'inclinazione non ricordo di che cosa; eclissi poi, con Terra e Luna così appiccicate, ce n'erano tutti i momenti: figuriamoci se quelle due bestione non trovavano modo di farsi continuamente ombra a vicenda.
L'orbita? Ellittica, si capisce, ellittica: un po'"ci s'appiattiva addosso e un po'"prendeva il volo. Le maree, quando la Luna si faceva più sotto, salivano che non le teneva più nessuno. C'erano delle notti di plenilunio basso basso e d'altamarea alta alta che se la Luna non si bagnava in mare ci mancava un pelo; diciamo: pochi metri.
"
(Italo Calvino, Cosmicomiche, 1963)


Per capire la necessità della Luna per la vita del pianeta Terra e di tutte le sue creature, basterebbe considerare che, se la Luna non esistesse, la Terra sarebbe completamente diversa da come la conosciamo oggi. Vediamo come:

1) Il primo ruolo della Luna è la stabilizzazione della rotazione dell'asse terrestre. Se l'asse non fosse stabile come lo abbiamo, garantendo una periodicità regolare delle stagioni, avremo dei cambiamenti climatici anche repentini nel corso della storia, glaciazioni seguiti da rapidi periodi caldi.

2) se non ci fosse la Luna, la Terra anzichè ruotare in 24 ore, ruoterebbe ancora più velocemente, circa 6 ore se fosse isolata, circa 10 ore tenendo conto dell'effetto gravitazionale del corpo più vicino,  che senza la Luna sarebbe Marte, e anche dell'effetto gravitazionale del Sole.
Quindi ciclo giorno/notte e sbalzi caldo/freddo sarebbero insopportabili, con formazioni di temporali tutto il giorno.

3) L'atmosfera sarebbe più spessa, 100 volte tanto (100 atmosfere è insopportabile per le creature viventi) con effetto serra e temperatura al suolo di 1000 gradi!

4) Senza l'effetto delle maree, gli oceani si distribuirebbero diversamente, non come adesso ma tutta l'acqua si concentrerebbe ai poli

Credo che le motivazioni della presenza della Luna per l'esistenza della vita sulla Terra siano più che sufficienti!

Fonti:
 - Blog AstronomicaMentis, La Terra senza Luna
 - itchiavari.it, Calvino Italo, Le cosmicomiche

lunedì 6 maggio 2013

Luna : tempo siderale e sinodico

Mappa della Luna, Johannes Hevelius, 1645
Quasi tutti sanno che la Luna ha un ciclo che dura circa poco meno di un mese. Ma quanto esattamente ? 
Esistono due tempi, uno definito in maniera astronomica (quindi assoluta), che coinvolge le stelle fisse, e uno relativo, del moto apparente della Luna visto sulla Terra, quello comunemente inteso nel senso comune del termine. Vediamoli.

1) "ciclo astronomico" della Luna, o Mese Siderale [1], definito come il tempo che la Luna impiega a fare un giro completo (ovvero un'orbita) intorno alla Terra, rispetto alle stelle fisse, che corrisponde circa a 27 giorni 7 ore 43 minuti
Inoltre, è noto che Luna mostra dalla Terra sempre la stessa faccia, ciò è dovuto al fatto che il tempo di rotazione (intorno a se stessa) coincide con il tempo di rivoluzione (tempo dell'orbita completa) intorno alla Terra. Quindi il mese siderale coincide col tempo di rotazione lunare.

2) "ciclo apparente" della Luna, o Mese Lunare o Mese Sinodico [2] o Lunazione, definito come il tempo che intercorre tra due novilunei (ovvero tra due lune nuove), il quale astronomicamente coincide col tempo che impiega la Luna a allinearsi (congiunzione) con il Sole e la Terra dopo aver percorso un orbita intorno alla Terra.
E' noto infatti che nel noviluneo la Luna si trova allineata tra la Terra e il Sole, in congiunzione.
Tale periodo è di circa 29 giorni 12 ore 44 minuti.
E perchè è più lungo di due giorni ? Perchè nel frattempo che la Luna orbita intorno alla Terra, anche la Terra si muove, e quindi per recuperare lo stesso allineamento col Sole deve percorrere un pezzo in più d'orbita.

E' interessante notare che gli antichi calendari erano calendari lunari (basati sul ciclo della Luna) anzichè solari (basati sul ciclo del Sole). In questo modo si avevano 12 mesi lunari che corrispondevano ad un Anno Lunare di circa a 354 giorni 8 ore 48 minuti, ovvero 11 giorni in meno rispetto all'anno solare.
I popoli della Mesopotamia, assiro-babilonesi, avevano già capito questa differenza di undici giorni e, per essere sincronizzati su entrambi i cicli, avevano creato un calendario lunisolare, basandosi sull'uguaglianza:

                   19 anni solari = 235 mesi lunari

e quindi un periodo di 19 anni solari era suddiviso in 12 anni di 12 mesi lunari e 7 anni di 13 mesi lunari  (12×12 + 7×13 = 235).
Tale ciclo prende il nome dall'astronomo greco Metone, ed è chiamato Ciclo Metonico.

Da tale calendario deriva per gli ebrei il calendario ebraico, mentre per i popoli islamici, pur avendolo ereditato, venne abolito da Maometto a favore di un calendario lunare puro (calendario islamico).
In Occidente invece è stato adottato il calendario solare, corretto secondo le riforme di Giulio Cesare (calendario giuliano, 46 a.C.) e poi di Papa Gregorio XIII (calendario gregoriano, 1582 d.C.) che è ancora attualmente in uso.

Tornando infine alla domanda iniziale, è quindi vero che 28 giorni è la durata media del "mese lunare", sia che lo si intenda come mese siderale (27g7h43m), sia come mese sinodico (29g12h44m).


Fonti ed approfondimenti:
 - Wikipedia., Mese siderale
 - Wikipedia, Mese sinodico
 - Wikipedia, Ciclo metonico
 - Etimo.it, Siderale

Note:
[1] Siderale etimologicamente deriva dal latino sidus (plurale: sidera) che significa astro.
[2] Sinodico deriva dal latino synodicum il quale deriva dal greco synodicòs, ovvero sinodo, riunione

giovedì 2 maggio 2013

Elohim in principio

Nel primo giorno della creazione si dice che:

William Blake, Ancient of Days, 1794
"In principio Dio creò il cielo e la terra.
Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: «Sia la luce!».
E la luce fu.
Dio vide che la luce era cosa buona e (Dio) separò la luce dalle tenebre e (Dio) chiamò la luce giorno e le tenebre notte.
E fu sera e fu mattina: primo giorno.
"
(Genesi, 1,1)

"Bereshit bara Elohim et hashamayim ve'et ha'arets.
Veha'arets hayetah tohu vavohu vechoshech al-peney
Tehom veruach Elohim merachefet al-peney hamayim.
Vayomer Elohim yehi-o-o vayehi.
Vayar Elohim et-ha'or che tov-vayavdel Elohim beyn
Ha'or uveyn hachoshech.
Vayikra Elohim la-o yom velachoshech kara laylah
Vayehi-erev vayehi-voker yom echad.
"
(Genesi, 1,1 - translitterazione testo ebraico)

Credo sia importante soffermarsi su cosa sta creando Dio. Ovviamente sta creando il mondo. Ma quale mondo? Sta creando il mondo sensibile (quello accessibile ai cinque sensi umani), la Terra e il Cielo (inteso come atmosfera, stelle e pianeti extragalattici) ovvero il Cosmo così come è visibile con i nostri strumenti di osservazione celeste.
Ma il punto è che esiste un mondo sovrasensibile, ed è logico perchè Dio stesso lo sta creando dal di fuori, dal mondo in cui esisteva Dio prima che creasse il nostro mondo.

Un punto cruciale è, a mio avviso, il nome di Dio, Elohim, che in ebraico è un nome plurale. Elohim sarebbe corretto tradurlo "gli dei". Ma c'è un'altra singolarità : il verbo che segue Elohim è sempre al singolare. E non è ovviamente un errore ortografico, perchè Dio è unico e quindi l'azione è una sola.
Ma perchè allora tanti "dei" ?

La spiegazione, a mio parare è che, se la Genesi spiega la creazione del mondo sensibile, nulla viene detto del mondo sovrasensibile, che logicamente esisteva già. Ed è il mondo della Gerarchia Angelica. Dio non è solo perchè con lui c'è la gerarchia degli Angeli, la cui esistenza sappiamo essere pre-esistente.
Elohim per me sono quindi Dio e i Suoi Angeli, che hanno aiutato la creazione e ancora oggi la mantengono e la sostengono.

Fonti:
 - Bereshit, Genesi 1

Il libro di Tobia

Andrea del Verrocchio. Tobia e l'Angelo, 1470
Trovo molto bello e poetico il libro di Tobia, incluso nella bibbia cristiana ma non in quella ebraica (perchè il testo conosciuto è scritto in greco, ma esistono prove di un testo anteriore in aramaico).
In esso si celebra l'apoteosi dell'angelo custode, protettore, consigliere e testimone di Dio.
Ci sono tutti i temi che faranno poi parte del messaggio evangelico. Inoltre si conosce il nome dell'angelo, Raffaele, e fatto importante, leggiamo dal testo che è "uno dei sette che è sempre al cospetto di Dio".

La storia di Tobia, che comprende l'intero libro biblico, è, a considerarlo ai giorni nostri, come se fosse un racconto breve, ovvero un romanzo storico, ambientato circa nel 700 a.C. , all'epoca della deportazione degli ebrei da parte degli Assiri (la prima delle due, l'altra che avvenne intorno al 500 a..C sarà quella dei Babilonesi di Nabucodonosor).

Vi invito a leggerla per intero in quanto il testo si legge molto scorrevolmente, di seguito vi narro la trama. 

Tobi, un anziano ebreo della Galilea deportato a Ninive, città dell'Assiria, ha perso la vista nonostante fosse un uomo pio e misericordioso, così sentendosi vicino alla fine, manda suo figlio Tobia a riscuotere un credito di 10 talenti d'argento presso un parente vicino ad Ectabana, capitale della terra dei Medi.
Il giovane Tobia, inesperto nei viaggi, assume una guida, Raffaele (l'angelo in incognito) per condurlo a destinazione. Durante il viaggio, sul fiume Tigri, Tobia pesca un pesce e Raffaele gli consiglia di mettere da parte la bile, il cuore e il fegato:

Domenichino. Paesaggio con Tobia e l'angelo, 1612
"Camminarono insieme finché li sorprese la prima sera; allora si fermarono a passare la notte sul fiume Tigri. Il giovane scese nel fiume per lavarsi i piedi, quand'ecco un grosso pesce balzò dall'acqua e tentò di divorare il piede del ragazzo, che si mise a gridare. 
Ma l'angelo gli disse: «Afferra il pesce e non lasciarlo fuggire». 
Il ragazzo riuscì ad afferrare il pesce e a tirarlo a riva. 
Gli disse allora l'angelo: «Aprilo e togline il fiele, il cuore e il fegato; mettili in disparte e getta via invece gli intestini. Il fiele, il cuore e il fegato possono essere utili medicamenti» "
(Libro di Tobia, 6,1)

Arrivato ad Ectabana, viene a sapere di Sara, sua cugina, ancora nubile, la quale, secondo la legge ebraica, essendo la sua parente più stretta, ha diritto a sposarla (in automatico, si direbbe).
Si decide quindi a sposarla subito nonostante esista una maledizione inorno a Sara: è posseduta dal demone Asmodeo (ovvero Aeshma Daeva, dio-deva iranico dell'ira) che uccide tutti i predendenti sposi la prima notte di nozze.
Essendone già morti sette prima di lui, Tobia su consiglio di Raffaele brucia cuore e fegato del pesce sul braciere della stanza così che il demone è costretto a fuggire nell'Alto Egitto e Raffaele lo insegue e lo sconfigge incarcerandolo.
Con la sposa e con il denaro recuperato, ritorna alla case del padre e, sempre su consiglio di Raffaele, utilizza la bile come unguento per guarire la cecità del padre.
Infine l'Angelo di Dio si svela a loro due e tutti vissero a lungo e felici!

"Allora Raffaele li chiamò tutti e due in disparte e disse loro: «Benedite Dio e proclamate davanti a tutti i viventi il bene che vi ha fatto, perché sia benedetto e celebrato il suo nome. 
Fate conoscere a tutti gli uomini le opere di Dio, come è giusto, e non trascurate di ringraziarlo. 
E' bene tener nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio. 
Fate ciò che è bene e non vi colpirà alcun male. 
Buona cosa è la preghiera con il digiuno e l'elemosina con la giustizia. 
Meglio il poco con giustizia che la ricchezza con ingiustizia. 
Meglio è praticare l'elemosina che mettere da parte oro. 
L'elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. 
Coloro che fanno l'elemosina godranno lunga vita. 
Coloro che commettono il peccato e l'ingiustizia sono nemici della propria vita."
(Libro di Tobia, 12,6)


Francesco Botticini - I tre Arcangeli e Tobias - 1470 - Firenze, Uffizi

Fonti:
 - Maranatha.it, Libro di Tobia
 - Wikipedia, Libro di Tobia
 - Corsodireligione.it, L'esilio

lunedì 22 aprile 2013

I Sette Arcangeli

"Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti 
ad entrare alla presenza della maestà del Signore"
(Libro di Tobia, 12,15)

Icona russa sui sette arcangeli
La Bibbia, nel libro di Tobia ci dice che sono sette gli angeli (ovvero arcangeli, capi degli angeli) che sono sempre ammessi alla presenza di Dio, ovvero che fanno parte integralmente della volontà di Dio ("quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa, ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni", Tobia 12,18).

Una conferma di ciò, la ritroviamo nel libro dell'Apocalisse di Giovanni, dove si parla di sette spiriti che sono sempre davanti al suo trono:

"Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono" 
(Apocalisse, 1,4)

Inoltre il libro inizia con le sette lettere inviate da Giovanni alle sette Chiese dell'antica cristianità (Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia, Laodicea), evidente che i sette principali angeli di Dio presiedono in Terra le sette Chiese.

Il riferimento al nome di un secondo angelo lo troviamo nel libro di Daniele:

"Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c'era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro."
(Daniele, 12,1)

Ed ancora un terzo nome di angelo, sempre dal libro di Daniele:

"Mentre io, Daniele, consideravo la visione e cercavo di comprenderla, ecco davanti a me uno in piedi, dall'aspetto d'uomo; intesi la voce di un uomo, in mezzo all'Ulai, che gridava e diceva: «Gabriele, spiega a lui la visione». Egli venne dove io ero e quando giunse, io ebbi paura e caddi con la faccia a terra. Egli mi disse: «Figlio dell'uomo, comprendi bene, questa visione riguarda il tempo della fine»."
(Daniele 8,15)

Non solo nei libri del Vecchio Testamento ma anche nel Vangelo di Luca si cita nuovamente l'angelo Gabriele come annunciatore della maternità di Elisabetta, moglie di Zaccaria e madre di Giovanni il Battista:

"L'angelo gli rispose: «Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annunzio (...) »"
(Luca, 1,19)

Riassumendo, dal libro di Tobia sappiamo che Raffaele è uno di questi angeli e il libro di Daniele cita altri due angeli, Michele e Gabriele. E gli altri quattro ?

Della memoria dei nomi, ci viene in soccorto una chiesa seicentesca di Vasto, in Abruzzo, affacciata sul Gargano e quindi non molto lontana da uno dei più importanti santuari dell'angelo Michele: il Santuario di San Michele Arcangelo di Monte Sant'Angelo (Foggia). Una pietra di Monte Sant'Angelo è murata nella chiesa di Vasto.
La chiesa, del 1675, è dedicata a Michele Arcangelo, patrono della città per grazia ricevuta durante un terremoto e carestia nel Seicento, conserva sei statue in altrettante nicchie, oltre a quella di Michele nell'abside (vedi foto a lato).
Esse sono intitolate a: Raffaele (medicina di Dio), Gabriele (fortezza di Dio), Uriele (fuoco di Dio), Sealtiele (petizione di Dio), Geudiele (conoscenza di Dio), Barachiele (benedizione di Dio) .
Le immagini delle statue si trovano al seguente  link.




Madonna in trono fra i sette angeli, 1543
Un quadro significativo è quello conservato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma, commissionato da Antonio Duca a Venezia nel 1543. L'autore è sconosciuto anche se lo stile lascia ricondurre a Lorenzo Lotto.

La Madonna è raffigurata nell'atto di allattare Gesù e perciò chiamata Madonna del latte; intorno alla Madonna, i sette arcangeli.
Gli arcangeli Michele (a sinistra) e Gabriele (a destra) sorreggono la corona sulla testa della Vergine Maria. Tutti gli arcangeli reggono lo scettro e sorreggono i cartigli con su scritti i loro compiti (vedi il motto nella tabella seguente).








La testimonianza più sorprendente dei Sette Arcageli si trova a Palermo.
Qui, nel 1516 fu ritrovato casualmente, sotto l'intonaco della chiesina, non più esistente di Sant'Angelo di Palermo, degli affreschi con i sette Angeli con i loro rispettivi attributi iconografici e, cosa più eclatante, con i loro rispettivi nomi..
Il sacerdote Antonio Lo Duca si adoperò per ripristinare il culto dei Sette Angeli Principi e divenne rettore della Confraternina dei Sette Angeli, detta imperiale perchè lo stesso imperatore Carlo V volle iscriversi.

Ma perchè pochi conoscono Uriele, Sealtiele, Geudiele, Barachiele e perchè furono dimenticati ?
Essi furono "banditi" volutamente a partire dal Concilio di Roma del 745 d.C. da Papa Zaccaria, il quale stabilì che i cristiani non dovevano pregare altri angeli all’infuori di Michele, Gabriele e Raffaele.
Il motivo contingente era dovuto ad un abuso dell'arcivescovo di Magdeburgo, Adalberto (da non confondere con l'omonimo vescovo santo di due secoli dopo), il quale fu accusato di compiere opere di magia (invece di glorificazione di Dio) tramite l'invocazione di angeli, e in particolare di Uriel.

Mosaic of St. Uriel in St John’s Church, Boreham, 1888
A questo proposito, cito angelologia.it :
"Il motivo della condanna risiedeva in una preghiera "miracolosa", composta da Adalberto, che, accanto ai nomi già noti di Michele, Gabriele, Raffaele e Uriel, includeva nomi di angeli "sospetti": Raguel, Tubuel, Ineas, Tubuas, Sabaoc, Siniel.
Negli atti del sinodo si ribadiva che nelle Sacre Scritture sono resi noti soltanto tre nomi di angeli: dunque, si riteneva che gli altri angeli invocati nella preghiera di Adalberto fossero autentici demoni. 
Le preghiere da lui composte furono accuratamente cancellate e Uriel fu fatto oggetto di una attenta inquisizione.
Alla fine, la Chiesa decise che esistevano due Uriel: uno era l’immacolato compagno di Adamo di prima e dopo la caduta, l’altro era un demone perfido che aveva acconsentito alle richieste del vescovo-mago Adalberto"

Ecco uno schema riassuntivo:

Arcangelo Significato Motto Attributi
Michael Chi è come Dio? Paratus ad animas suscipiendas Calpesta il drago
Gabriel Dio è potente Spiritus Sanctus superveniet in te Fiaccola e specchio di diaspro (di solito è il giglio bianco)
Raphael Dio guarisce Viatores comitor, infirmos medico Vasetto di medicinali (di solito è il pesce; accompagnato da Tobia)
Uriel Dio infiamma Flammescat igne caritas Fiamma e spada
Barachiel Benedizione di Dio Adiutor ne derelinquas nos Rose (=grazie) da distribuire
Jeudiel Lode di Dio Deum laudantibus praemia retribuo Corona e flagello
Sealtiel Dio comunica Oro supplex et acclinis In preghiera


Fonti :

 - Wikipedia, Sette Arcangeli
 - Il cattolicoonline.org, Antonio Norrito, Il culto ai sette arcangeli tra teologia e devozione
 - Il cattolicoonline.org, Vasto, Foto dei sette arcangeli 
 - Chiesa di Vasto : San Michele patrono
 - Venite ad me, Arcangeli dimenticati
 - Blog benedicaria, I sette Santi Arcangeli 
 - Wikipedia, Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri
 - www.santamariadegliangeliroma.it

domenica 21 aprile 2013

Nomi degli angeli e quelli di Dio


Nella gerarchia angelica si parla di una lista di 72 nomi di angeli, il cui nome è stato dedotto dagli stessi studiosi di Cabala, interpretando numericamente un passo del libro dell'Esodo (il passo in cui Mosè attraversa il Mar Rosso le cui acque vengono aperte da Javhe), tre paragrafi consecutivi di 72 lettere (ebraiche) ciascuna, a formare 72 terne di lettere, tre consonanti da cui dedurre (aggiungendo le vocali) i nomi angelici.
Del resto, 72 sono anche i nomi di Dio, oppure dei Suoi attributi. E ovviamente i nomi degli angeli coincidono con i nomi di Dio. Perchè ? La spiegazione è magistralmente fornita da Renè Guenon, che cito testualmente:

"Secondo la tradizione ortodossa, un angelo, in quanto 'intermediario celeste', non è altro in fondo che l'espressione di un attributo divino nell'ordine della manifestazione informale, poichè soltanto questo permette di stabilire, per mezzo di esso, una reale comunicazione tra lo stato umano e il Principio stesso, di cui l'angelo rappresenta così un aspetto più particolarmente accessibile agli esseri che si trovano nello stato umano. Del resto lo dimostrano assai più chiaramente i nomi stessi degli angeli, che sono sempre, di fatto, la designazione di certi attributi divini; qui soprattutto il nome corrisponde infatti pienamente alla natura dell'essere e si identifica veramente con la sua essenza"

Il nome dell'angelo rappresenza quindi la sua essenza, e quindi, essendo legato a Dio, a sua volta un Suo attributo. Renè Guenon precisa che:

"Solo nell'ordine informale si può dire che un essere esprima o manifesti veramente, e nel modo più integrale possibile, un attributo del Principio; è la distinzione di tali attributi che in questo caso produce la distinzione stessa degli esseri, che può essere definita come 'distinzione senza separazione', poiché è ovvio che, in definitiva, tutti gli attributi sono realmente 'uno'; ed è anche la più piccola limitazione concepibile in uno stato che, essendo manifestato, è ancora per ciò stesso condizionato."


Fonti :
 - René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi ed.

Angeli, Arcangeli e Principati

Francesco Botticini, l'assunzione della Vergine, 1475

Angelo deriva dal latino angelus, che a sua volta deriva dal greco anghelos e a sua volta dal miceneo akero col significato di inviato, messaggero. In questo senso, angheloi (plurale di anghelos) nella Grecia antica erano anche il dio Hermes e la dea Iride. E non a caso Hermes è dotato di un paio d'ali ai suoi piedi.
Non abbiamo altre discendenze per questa parola nella cultura classica. Tuttavia l'angelo è conosciuto in tutte le culture umane in quanto messaggero della divinità ed anche attributo o parte della differenziazione della divinità, dall'Uno ai molti.

In ebraico l'equivalente di angelo è malach (al plurale malachìm), che ha lo stesso significato: nesso tra il mondo sensibile e quello trascendente di Dio. Per gli ebrei, i malachim sono sia esseri umani che comunicano il messaggio divino (ad esempio il profeta Malachia, Malachi in ebraico, significa "mio messaggero") sia esseri sovraumani. Particolare è il caso, nella Genesi, dei "Benè haElohim" (Genesi 6:2) ovvero "figli di Dio" in contrapposizione ai "figli di Adamo" ovvero dell'uomo comune, "benot haAdam".
Altro fatto curioso: è probabile che i nomi degli angeli ebraici siano stati tratti dai nomi degli angeli dei Babilonesi.

Ben prima del cristianesimo, la cultura classica aveva intuito l'esistenza una gerarchia angelica, i neoplatonici proponevano la seguente gerarchia : Dei, Arcangeli, Angeli, Demoni ed Eroi. 
Fu Dionigi l'Areopagita in "De Coelesti Hierarchia", trattato di angelologia del V secolo (ripresa poi da Tommaso d'Aquino e ufficializzati da papa Gregorio I) a proporre la classificazione angelica più in uso del mondo moderno, costituita da tre triadi, ciascuna con tre cori o sfere (per un totale di nove sfere o cori angelici). 

    Prima gerarchia: serafini, cherubini, troni 
    Seconda gerarchia: dominazioni, virtù, potestà
    Terza gerarchia: principati, arcangeli, angeli

Nell'ultima gerarchia, gli angeli sono i messaggeri di Dio per il genere umano (si pensi nella bibbia all'angelo Gabriele annunziatore ad Elisabetta di Giovanni Battista e a Maria di Gesù il Cristo), gli arcangeli sono posti a capo degli angeli mentre i principati sovraintendono le manifestazioni religiose e di culto che legano l'umano al divino (ho letto anche "a capo degli stati  o nazioni" ma credo personalmente che al Cielo le nazioni davvero non contino).

I 9 cori angelici. Miniatura dal breviario di Idegarda di Bingen (1098-1179)
Fonti :
 - Wikipedia, Angelo
 - Wikipedia, Gerarchia degli Angeli
 - Angelologia.it, Gerarchie angeliche
 - Ritorno alla Torah, Gli Angeli