venerdì 29 marzo 2013

Dee Madri dell'antichità : Cibele

Pachamama "Madre Terra" nella mitologia Inca
E' noto che il culto della "dea madre", "grande dea", "madre natura" sia nata agli albori dell'età umana. Molto prima ancora delle grandi religioni patriarcali monoteiste, ci si rivolgeva ad uno spirito sovra-umano che aveva attributi femminili. 
Perchè ?
Proviamo ad immaginare un neonato, appena uscito dal grembo materno. Tutta la sua esistenza dipende da lei, dalla madre che lo ha partorito. Tutto quello che vede e sente è "mamma" nel senso di bisogno di protezione. 
Lo stesso per l'uomo primitivo, nato in seno alla natura (che è femminile) da cui dipende in tutto e per tutto, soprattutto per la sua stessa sopravvivenza.
Questo è stato il punto di partenza spirituale umano : essere partoriti sulla Terra significava essere accolti da Madre Natura e dipedere totalmente da lei.

Successivamente a questa visione "orizzontale" dell'esistenza (vivere in comunione e a dipendenza della natura) che ha portato la società a modellarsi in forma matriarcale, tendenzialmente pacifica e contadina, si sovrapponerà un'altra componente , una visione "verticale" e maschile, quella forse apportata dalle migrazioni dei popoli nomadi e guerrieri denominati "società dei Kurgan" oppure proto-indoeuropei, che farà prevalere la società patriarcale, e accanto al culto della dea ci sarà un dio.

L'uomo primitivo scopre così la discesa e risalita, incarnazione per via materna e spiritualizzazione per via paterna, le due strade di discesa e di salita dello spirito, come descritte dalla famosa scala di Giacobbe, funzionali entrambe nel ciclo delle esistenze umane.

Veniamo ora al mito di Cibele e di Attis. Proverò ad raccontarlo cercando di integrare coerentemente le varie versioni, divergenti nei fatti ma non nel significato.
In origine Cibele era chiamata Kubaba, e non era la personificazione di madre natura ma una montagna sacra. Il padre degli dei, Zeus, che per i greci era suo fratello, desiderava possedere Cibele ma non riuscendoci (o durante un sogno agitato) il suo seme bagnò la pietra della montagna (e quindi in altro modo andò a segno) generando un demone, Agdistis.
Presto le interperanze di Agdistis divennero insopportabili per gli dei, tanto che Dionisio lo evirò, trasformandolo in un ermafrodito. Una versione del mito racconta dell'evirazione che avvenne grazie ad uno stratagemma su di un albero di melograno, un'altra versione racconta invece che dal sangue nacque il melograno. Fatto sta che l'albero era stato vivificato dal sangue (quindi aveva generato discendenza) e quindi si riempì di frutti.
Tempo dopo, la ninfa del fiumNana, figlia del locale dio del fiume Sangario, sfiorò un frutto (o lo mangiò) e per questo divenne madre di Attis. Crescendo Attis diventò il più bel fanciullo del luogo tanto che Cibele o Agdistis (se non era già morto dall'evirazione) o entrambi se ne innamorarono.

Contraccambiata Cibele di questo amore oppure no, fatto sta che Attis decise invece di sposare una mortale, la figlia del re di Pessinunte. Durante il banchetto nunziale di Attis, cala la follia tra gli invitati per opera dell'invidioso Agdistis o Cibele. Lo stesso Attis ne cade vittima, si evira e muore ai piedi di un albero di pino.
Infine Cibele disperata dalla sua morte ottiene dagli dei di poter conservare in vita l'amato Attis, forse trasformato in pino, ma si tratta solo della conservazione del corpo in uno stato vegetativo (questa è una importante differenza che si dissocia dalla Risurrezione del Cristo).

Albero e frutto di melograno
Così termina il mito.
E' interessante considerare l'aspetto psicologico di questo racconto,tanto che come tanti miti greci ha ispirato termini psicanalitici, ad esempio di "madre cibelica" per indicare una madre che un attaccamento patologico e morboso verso il figlio.
Certo è che, come si spiegava in precedenza della società matriarcale invasa ad un certo punto della storia umana da popoli di cultura patriarcale, questo incontro di culture avevo dovuto portare grandi sconvolgimenti, tanto che una divinità pacifica e materna, a causa del trauma e forse delle violenze del maschio , si era trasformata in una dea vendicativa e che bastava a se stessa (ovvero che genera da sola, per partogenesi).

Fonti e approfondimenti:
 - Wikipedia, Cibele
 - Treccani, Enciclopedia dell'Arte Antica, Cibele
 - Tanogabo,  Magna Mater, Cibele la madre di tutti gli dei
 - Cerchio della Luna, Cibele
 - Esonet : il culto dela dea 
 - Alessio Mannucci, Megalesia Dies Sanguinis

Fonti immagini:
  Melograno, autore : ccrrii, da Flickr, Creative Commons licence

martedì 26 marzo 2013

Cibele a Roma

In un periodo molto difficile dell'antica Roma, durante la seconda guerra Punica (quella della spedizione di Annibale verso l'Italia), la Repubblica non sapeva più a che santo (leggi: divinità) votarsi, così che furono consultati i libri sibillini e si sentenziò che la divinità a cui i romani dovevano rende onore era una Grande Madre, Cibele (per i romani Idea), il cui santuario era a Pessinunte, nella Frigia (nella penisola Anatolica).
Detto e fatto, con il consenso del re della Frigia, Attalo, alleato dei romani, la "pietra nera", una pietra a forma conica, forse un meteorite di origine extraterrestre, venerata nel tempio della dea a Pessinunte, fu translata via mare e posta in un tempio sul colle Palatino, inizialmente nel Tempio della Vittoria, vicino agli altri dei del pantheon romano.
Arriva a Roma il 9 aprile del 204 a.C.

Racconta lo scrittore Tito Livio in "Ab urbe condita" XXIX, 10:

"Un’ improvvisa superstizione aveva invaso la città in quel tempo, trovato un carme nei libri Sibillini, esaminati a causa della troppo frequente caduta di pietre dal cielo in quell’anno, (cioè che) qualora il nemico straniero avesse portato guerra alla terra dell’Italia, quello poteva essere cacciato dall’Italia e vinto se la madre Idea fosse stata trasportata a Roma da Pessinunte. 
Quel carme trovato dai decemviri tanto più ammonì i senatori che, cosa che anche i legati, che avevano portato un dono a Delfi, riferivano, e, facendo sacrifici proprio quelli ad Apollo Fizio, tutte le cose erano state liete e era stato comunicato dall’oracolo il responso che per il popolo romano ci sarebbe stata una vittoria molto più grande di quella dalle cui spoglie portavano doni. Nella sommità della medesima speranza univano l’animo di Publio Scipione, che quasi presagiva la fine della guerra perché aveva richiesto la provincia dell’Africa. Perciò, affinché più opportunamente fossero padroni della vittoria preannunciata dal fato, dai presagi e dagli oracoli, pensava e meditava su quale fosse il mezzo per trasportare a Roma la dea."

Dodici anni più tardi, il 10 aprile del 191 a.C. venne inaugurato il nuovo tempio sul Palatino, ed in onore della dea, divenuta Mater Deum Magna Mater (MDMM nelle iscrizioni romane) da quell'anno vennero istituiti i Ludi Megalensi, celebrati con spettacoli teatrali, che si tennero da allora ogni anno per sei giorni, dal 4 al 10 aprile.
Il culto durò per 600 anni, fino a quando l'editto dell'imperatore romano Teodosio I (379-395 d.C.), abolirà, nel 392 d.C., tutti i culti pagani. Considerando la durata dell'impero Romano d'Occidente, dalla fondazione di Romolo, 753 a.C. alla deposizione dell'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, 476 d.C., ovvero circa 1200 anni, constatiamo come il culto di Cibele sia durato per la seconda metà della vita dell'Impero Romano.

Testa turrita di Cibele
moneta di Smirne 190-133 a.C.
Perchè occuparsi di Cibele ? Alcuni punti meritano di essere approfonditi :

 - Cibele è raffigurata con una corona turrita (simbolo di protezione sulla città) : dalla raffigurazione sulle monete dell'antica Roma a simbolo della Repubblica Italiana.

 - Uno dei templi di Cibele a Roma era vicino al Circo di Nerone, ovvero esattamente nell'area si trova adesso piazza san Pietro e la sua basilica

 - Era uno degli antichi culti della dea madre, personificazione di Madre Terra, a cui era associato un cruento culto misterico.

 - Durante i riti, ogni anno, era uso addobbare un albero di pino, albero sacro ad Attis, compagno di Cibele, sotto il quale si era auto-evirato in un momento di follia, è forse il moderno albero di Natale ?

 - Il mito di Cibele-Attis è stato arbitrariamente accostato a Maria, madre di Gesù, e al Cristo


Fonti e approfondimenti:
 - Wikipedia, Cibele
 - Treccani, Enciclopedia dell'Arte Antica, Cibele
 - Tanogabo,  Magna Mater, Cibele la madre di tutti gli dei
 - Cerchio della Luna, Cibele
 - Esonet : il culto dela dea

domenica 24 marzo 2013

Anima Mundi : l'Anima del Mondo

Una donna inscritta in una mandorla con i dodici simboli dello Zodiaco, l'Anima Mundi della filosofia platonica presenta evidenti analogie con l'arcano XXI, il Mondo.

Entrambi fanno riferimento alla rotazione della volta celeste, ma nella raffigurazione  rinascimentale qui a fianco, è rappresentata dalla dodici costellazioni dello zodiaco, quelle attraversate dal moto apparente del Sole nell'arco di tempo di un anno.

Inoltre Platone nel Timeo parla di quest'anima che plasma il mondo a partire da quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco; analogamente nella carta dei Tarocchi i quattro elementi sono sostituiti dai quattro evangelisti : l'aquila, il leone, il bue e l'angelo.

Nel medioevo, un filosofo scolastico, Guglielmo di Conches identifica l'Anima Mundi con lo Spirito Santo, infatti nel suo commento al Timeo scrive : 
"il Mondo è un'energia naturale degli esseri per cui alcuni hanno soltanto la capacità di muoversi, altri di crescere, altri di percepire attraverso i sensi, altri di giudicare. … Ci si chiede cosa sia quell'energia. Ma, come mi sembra, quell'energia naturale è lo Spirito Santo, cioè una divina e benigna armonia che è ciò da cui tutte le realtà hanno l'essere, il muoversi, il crescere, il sentire, il vivere, il giudicare."

Il concetto dell'Anima Mundi ha attraversato tutte le epoche storiche fino ai giorni nostri : da Tommaso d'Acquino ai neoplatonici del Cinquecento, insieme a Giordano Bruno e Tommaso Campanella, al Romanticismo dell'Ottocento di Schelling, al Novecento di Schopenauer e di Jung.

Fonte :
 - Wikipedia, Anima Mundi

Zolfo, anima del Mondo

Il Mondo, tarocchi Waite-Coleman-Smith
Abbiamo già descritto l'arcano XXI, il Mondo come il motore generatore, conservatore e distruttore di tutte le cose, del mondo manifesto e sensibile e del mondo immanifesto e sottile. 
Nella cultura orientale è ben rappresentato dalla danza sacra di Shiva.

Un' altra analogia la troviamo osservando la figura femminile che sta al centro della ruota, ovvero della ghirlanda di foglie (di alloro?). Osserviamola : con le gambe forma una croce e con il busto e le braccia forma un triangolo con la punta all'insù : il simbolo dello zolfo.
Perchè lo zolfo ?
Nella cultura alchemica lo zolfo è una delle due sostanze fondamentali, insieme al mercurio, divenute poi tre successivamente con l'aggiunta del sale.
Mentre il mercurio rappresenta la parte femminile, la regina, la sposa, dipinta di bianco, lo zolfo rappresenta la parte maschile, il re, lo sposo, dipinto di rosso, e analogamente al fuoco, consuma e brucia ciò di cui si alimenta.
Zolfo e mercurio intervengono nel procedimento alchemico del "solve et coagula".
Mercurio è la materia prima, informe, difficile da trattenere e da plasmare (il "solve"); invece lo zolfo è quell'elemento che è in grado di estrarre le forme dalla materia informe, il "coagula", e analogamente al corrispondente elemento chimico, tende ad attrarre - infatti lo zolfo chimico ha proprietà elettronegative : tende ad attirare elettroni per formare legami chimici, piuttosto che cederne.

Lo zolfo è “semplice fuoco vivo, che vivifica altri corpi morti” (Mylius, “Philosophia reformata”) ed inoltre “lo zolfo è un fuoco distruttore che è alimentato dal Sole invisibile” (Dorn).
L'alchimista francese Nicolas Flamel (1330 - 1418) paragona lo zolfo ad un drago senza ali e il mercurio ad un drago con le ali (infatti la sostanza è volatile): “i due draghi sono i due serpenti che si avvolgono attorno alla verga di Hermes e che danno al Dio la capacità di trasfigurarsi e mutarsi a suo piacimento”.

Da questa figura deriva l'uroboros : da due draghi (uno con ali e uno senza) diventano uno solo con la forma di serpente (che è il suo analogo) :


Il collegamento analogico tra Mondo e drago (serpente) che si morde la coda è esplicito nel trattato Hieroglyphica di Orapollo (seconda metà del V sec, egiziano che scrisse in greco) che così descrive la simbologia usata dagli antichi egiziani :

"Quando vogliono scrivere il Mondo, pingono un Serpente che divora la sua coda, figurato di varie squame, per le quali figurano le Stelle del Mondo. Certamente questo animale è molto grave per la grandezza, si come la terra, è anchora sdruccioloso, perilche è simile all’acqua: e muta ogn’ anno insieme con la vecchiezza la pelle. Per la qual cosa il tempo faccendo ogn’ anno mutamento nel mondo, diviene giovane. Ma perché adopra il suo corpo per il cibo, questo significa tutte le cose, le quali per divina providenza son generate nel Mondo, dovere ritornare in quel medesimo."

Fonti :
 - Wikipedia, Nicolas Flamel
 - Ermopoli, L'Anima deZolfo Sale e Mercurio in chiave chimico-alchemica
 - Psicologobologna.it, Il maschile ed il femminile dentro di noi
 - Wikipedia, Uroboro
 - FuocoSacro.com, Alessandro Orlandi, "Sul Fuoco, il Solvente e lo Zolfo degli alchimisti"

venerdì 22 marzo 2013

Boanerghes, Figli del Tuono

Boanerghes (dal greco Βοανηργες, che significa "figli del tuono") è l'appellativo che Gesù il Cristo diede ai due apostoli e fratelli Giovanni e Giacomo (il maggiore, per distinguerlo dal minore, anch'esso apostolo), figli di Zebedeo e di Salomè, pescatori del lago Tiberiade, chiamati a seguire Gesù dopo che Giovanni il Battista riconobbe il Cristo.
Ecco il riferimento nel Vangelo:

« Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali Gesù diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono. »   (Marco 3,17)

E inoltre, in un altro episodio del Vangelo, si evince un motivo di questo appellativo, infatti mandati da Gesù come messaggeri in un villaggio della Samaria ma respinti dagli abitanti, tornarono da Gesù e gli dissero:

« "Signore, vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li consumi?". Ma Gesù si voltò e li rimproverò. »   (Luca 9,54)

Tuono, simbolo di potere, attributo della potenza divina, il cui simbolismo è strettamente legato sia al fulmine che e alla spada. 
Esempi celebri sono il fulmine di Zeus-Giove, la vajra (in sanscrito significa fulmine o diamante) di Indra, il martello Mjöllnir di Thor, la lancia di Longino che trafisse il costato di Cristo, la Lancia Sacra del Sacro Romano Impero (spesso identificata con la lancia di Longino), le asce bifronti della cultura minoica.

Vorrei infine osservare come l'impeto della potenza divina, invocata dai due fratelli venga biasimata da Gesù, come si conviene nel simbolismo dell'arcano VIII, la Giustizia, che regge in una mano la spada (equivalente del fuoco che scende dal cielo) e nell'altra la bilancia, stando a significare la forza controllata, il giusto equilibrio proprio della giustizia.

Fonti:
 - Wikipedia, Boanerghes
Approfondimenti:
 - EsoterismoEMisteri, L'archetipo della Spada


martedì 19 marzo 2013

La Ruota della Fortuna nel Medioevo (III)

La Ruota della Fortuna - Albrecht Dürer  Xilografia, 1494
Abbiamo visto in precedenti post come il tema della Fortuna, dea Cieca e mutevole nei suoi favori, sia documentato già da Severino Boezio nel VI secolo e che poi venga ripreso da goliardici studenti nel Carmina Burana del XIII secolo, forse ispirazione dell'arcano X dei Tarocchi Visconti-Sforza dove i personaggi che salgono e scendono la ruota hanno orecchie d'asino.

Ho notato come questi personaggi aggiogati alla ruota assumono man mano col tempo personaggi animaleschi, da un primo attributo (le orecchie) all'intero corpo asinino, come nella xilografia del 1494 di Albrecht Durer
All'apice di questra trasformazione animalesca, i Tarocchi di Marsiglia e poi quelli del filone più marcatamente esoterico come quelli del simbolismo restaurato di Oswald Wirth.

Quest'ultimo (ma anche i Tarocchi Waite-Coleman-Smith) pongono in cima, nel posto corrispondente all'apice della fortuna, una sfinge. Passiamo quindi da un re che diventa asino e infine sfinge. Perchè?
E soprattutto il significato simbolico cambia o , come sappiamo, essendo il simbolo universale pittograficamente può avere diversi aspetti che riconducono sempre al medesimo archetipo?
Secondo me, l'archetipo è lo stesso, sia con l'asino sia con la sfinge.
La chiave per capire questo passaggio pittografico è la psicanalisi di Jung, che descrive l'arcano X con il rapporto della madre col figlio : quanto il figlio si rende affranca dall'influenza materna (e quindi diventa davvero Figlio) e quanto ne viene coinvolto. E sappiamo che le due estremità ideali, quasi mai raggiunte, sono la reale indipendenza e dall'altro l'incesto.

Edipo sciogliendo l'Enigma della Sfinge Tebana, Bartolomeo Pinelli, 1830
La sfinge
La sfinge è la sfinge tebana, quella posta a guardia dell'ingresso della città di Tebe, in Beozia, guardiano che poneva ai visitatori una domanda, se la risposta era sbagliata, si veniva divorati. Edipo per entrare in città e per sposare Giocastra, la madre di cui ignora di essere figlio, passa per la sfinge e sa rispondere al famoso indovinello. La madre Giocastra-Sfinge acconsente.



Pelle d'Asino - Harry Clark, 1922
L'asino.
La fiaba di Charles Perrault, Pelle d'Asino, pubblicato nel 1694 racconta di una principessa che scappa dal re suo padre perchè voleva sposarla (per mantenere una promessa fatta alla moglie prima che lei morisse, chiedendogli di sposare in seconde nozze la donna più bella del regno, che ovviamente era la loro figlia). 
La principessa prima delle nozze chiede al padre un regalo che pensava irrealizzabile, la pelle dell'Asino che defecava monete d'oro, tuttavia ottenutolo e non potendo più rimandare le nozze, lo indossa per scappare e per nascondere la sua vera identità, prima di essere salvata dal principe azzurro. Alle sue nozze inviterà anche il padre e si toglierà di dosso l'asino-padre.

Complesso di Edipo (Giocastra-sfinge) e di Elettra (padre-pelle d'asino), forse basta per spiegare come la simbologia resta identica, e spiega forse come Jung sia giunto a spiegare l'arcano X. 

Al culmine della Fortuna, dea mutevole delle illusioni, ha posto un re terreno la cui fortuna prima o poi è destinata a cambiare, proprio perchè non è affidata a basi solide, perchè senza saperlo si è volontariamente aggiogato ad una dea mutevole, che oggi lo lusinga e domani lo detronizzerà.
Analoga è la ruota del karma indiana e del ciclo delle esistenze, apparenze di cui ci liberiamo se, facendone esperienza, riusciamo a svegliarci (come esorta Severino Boezio nelle De Consolatione Philosophiae).
Guardate, l'analogia del rapporto tra esistenza terrena - mondo dei sensi e delle illusioni (la ruota della fortuna), non è la stessa che si instaura tra madre e figlio (o tra figlia e padre, o tra figli e genitori), in cui c'è un elemento di polarità femminile che accoglie, protegge e trattiene, e un elemento di polarità maschile che vuole affrancarsi, individualizzarsi, diventare qualcosa d'altro rispetto al genitore. Lo stesso rapporto esiste tra anima e soma (il corpo), quest'ultimo con la sua animalità che ci trattiene nei mondi bassi, degli istinti (egoistici di sopravvivenza e di riproduzione) e dell'inconscio.
Ultima osservazione : l'asino è il somaro, ovvero l'animale da soma, e soma significa sia corpo sia carico (il somaro è l'animale da carico, porta grossi pesi). Liberandoci dalla pelle d'asino ci liberiamo l'anima dalla animalità.


Fonti:
 - Wikipedia, Pelle d'Asino
 - Wikipedia, Enigma della Sfinge
 - Wikipedia, Edipo
 - Homolaicus, Apuleio, l'asino in croce
 - Equilibrarte, blog di Pietro Negri, La ruota della fortuna
 - Blog di Giovanni Pelosini, La ruota dell'eterno movimento


lunedì 18 marzo 2013

La Ruota della Fortuna nel Medioevo (II)

Se nella tarda antichità romana, con Severino Boezio nella De Consolatione Philosophiae, abbiamo letto, nel precedente post, ciò che la Filosofia svela della dea Fortuna, è nel Carmina Burana, testi poetici ritrovati in un manoscritto nel XIII secolo, il Codex Latinus Monacensis o Codex Buranus, proveniente dal convento di Benediktbeuern, in Baviera, che leggiamo l'iconografia dell'arcano X dei Tarocchi. 

"Fortuna imperatrix mundi
La Dea Fortuna, imperatrice del mondo

O Fortuna, cangi di forma come la luna, sempre cresci o cali; l'odiosa vita ora abbatte ora conforta a turno le brame della mente, dissolve come ghiaccio miseria e potenza. Sorte possente e vana, cangiante ruota, maligna natura, vuota prosperità che sempre si dissolve, ombrosa e velata sovrasti me pure; ora al gioco del tuo capriccio io offro la schiena nuda. Le sorti di salute e di successo ora mi sono avverse, tormenti e privazioni sempre mi tormentano. In quest'ora senza indugio risuonino le vostre corde; come me piangete tutti: a caso ella abbatte il forte!

Fortune plango vulnera
Piango le ferite di Fortuna

Piango le ferite di Fortuna con occhi colmi di lacrime: spietata mi sottrae i suoi doni. Vero è quel che si legge : porta i capelli in fronte, ma quasi sempre segue la calva Occasione. In alto io sedevo sul trono della Fortuna, cinto dai variopinti fiori del successo; ma se un tempo fiorivo prospero e felice, ora son caduto dalla cima privo di ogni gloria. Si volge la ruota di Fortuna : sempre più giù discendo; un altro sale in alto; esaltato oltre ogni misura sopra tutti un re siede sul trono - 'stia attento alla caduta!'- sotto il mozzo della ruota leggiamo 'Ecuba regina'."

Notiamo una delle otto miniature del Carmina Burana, sopra riportata: la ruota con la Fortuna al centro che comanda il moto e intorno quattro personaggi : il re di adesso è in alto, c'è chi sale (il futuro re) e simultaneamente c'è chi scende (il precedente re che scivolando veloce in disgrazia perde la corona dalla testa) e infine colui in basso che non è mai stato re.

L'analogia con la carta dei Tarocchi Visconti-Sforza (qui sotto riportate nelle versioni della pinacoteca di Brera e della Morgan Library) è evidente; inoltre nel Codex, che è anche un testo goliardico, la dea è bendata e compaiono delle lunghe orecchie e coda (d'asino?) ai malcapitati personaggi sottomessi al giogo della dea Fortuna, un insegnamento morale, come i primitivi Tarocchi volevano esprimere, sulla Vanità del mondo.





Fonti:
 - Wikipedia, Carmine Burana
 - Wikisource, Carmine Burana
 - Carmine Burana, traduzione in italiano 
 - Wikipedia, Tarocchi Visconti-Sforza

La Ruota della Fortuna nel Medioevo (I)

De consolatione philosophiae, Boezio insegna ai suoi studenti, manoscritto (Italia 1385)

L'Opera dei Tarocchi è, credo, senza tempo e senza luogo, in quanto parla il linguaggio simbolico, che è lo stesso, dall'uomo primitivo all'uomo moderno.
Tuttavia l'opera iconografica dei Tarocchi moderni è, a detta di molti, di origine medievale, in quanto è in quel periodo fecondo di grandi trasformazioni che è nato il progetto ideologico che poi è stato tradotto graficamente, nelle carte.

Un esempio illuminante è l'arcano X, che riguarda la Fortuna paragonata ad una ruota. Il tema della Fortuna, caro ai romani, ed analizzato magnificamente da Severino Boezio (475 - 525), filosofo della tarda età romana, quando i barbari erano padroni dell'ex Impero Romano di Occidente.
Il tema della fortuna, come descritto nel De consolatione philosophiae, scritto da Boezio in carcere, è così raccontato dalla personificazione della Filosofia che parla all'autore consolandolo:

"Che cosa è dunque quella, o Boezio, la quale t'ha in tristezza sbattuto, e a sì gran pianto? 
Io per me penso che tu abbi alcuna cosa veduto nuova e indisusata. Se tu stimi che la fortuna si sia verso te mutata, tu l'erri. Questi son sempre stati i costumi suoi, così è fatta la natura di lei; anzi ha ella, rivolgendotisi, mantenuto più tosto la sua costanza, che è proprio di mutarsi: cotale era ella quando t'accarezzava; cotale quando con zimbelli e allettamenti di non vera felicità ti si girava d'intorno, sollazzandoti. 

Tu hai ora molto ben compreso quai siano e coni u fatti i visi di questa Dea cieca, i quali sono tanto dubbiosi a potersi conoscere. Ella, che ancora agli altri si cuopre, a te s'è svelata. tutta. Se ella ti piace tale, chente tu la vedi, serviti de' suoi costumi, ma non dolertene: se temi di sua tradigione, lasciala ire, e non ti impacciar con lei, la quale sempre scherza, che cuoce; e sappi che la cagione, che ora ti arreca tanta malinconia, dovrebbe esser quella che t'apportasse tranquillità. 

Tu sei stato abbandonato da colei, della quale ninno può star sicuro che ella non debba abbandonarla. Dimmi: tieni tu per cosa di pregio quella felicità, la quale sta per fuggirsene tuttavia? Ètti cara quella fortuna, della quale non ti puoi assicurare che sia per rimanere, e, partendosi, ti debbe affliggere? 
Ora, se ella non può ritenersi quando altri vuole, e, fuggendosi, ne fa disgraziati e dolenti, che vuole dimostrare altro l'essere ella fugace, se non che tosto dobbiamo essere infelici e calamitosi? perciocchè egli non basta vedere quelle cose solamente, le quali ci sono dinanzi agli occhi. 
Gli uomini prudenti misurano i fini delle cose: il conoscere la fortuna essere mutabile così nell'una parte come nell'altra, fa che noi non dobbiamo nè temere le sue minacce, nè disiderare le sue lusinghe. 

In ultimo egli è viva forza che, avendo tu sottoposto una volta il collo al giogo della fortuna, sopporti pazientemente tutto quello che si fa dentro l'aja e nella piazza di lei. Ora, se tu volessi dar legge quando debba o stare o partire colei, la quale tu stesso t'hai spontaneamente eletto a padrona, non ti parrebbe far villania? E, non volendo tu sofferire con pazienza quella sorte che non puoi mutare, che faresti altro che inacerbarla e farla più grave? Se tu dèssi le vele a'venti, non dove chiedesse la tua volontà saresti portato, ma dove il vento ti spignesse egli. Se tu seminassi campi, tu andresti compensando gli anni sterili con gli abbondanti. Tu ti sei dato alla fortuna, che ti regga; egli è necessario che tu ubbidisca ai costumi della tua donna: e tu ti dai a credere di poter ritenere l'empito della ruota che gira sempre? 
O stoltissimo e più folle di ciascuno altro, se ella cominciasse a star ferma, ella fornirebbe d'essere fortuna."

(Severino Boezio - Della consolazione della filosofia (VI secolo), traduzione di Benedetto Varchi (1551) - Libro Secondo)

Così descritta, la natura della Fortuna è essere mutevole, ed è proprio in questo che consiste la  sua costanza. E'una dea Cieca. Dispensa illusioni e falsa felicità (perchè prima o poi ti abbandona), quindi il saggio deve comportarsi in maniera distaccata, senza farci lusingare nè temere le sue minaccie. Ci si serve di lei ma non ci si duole quando ci abbandona.
La Fortuna lega gli uomini al suo gioco e quindi è inutile voler costringere chi ti ha aggiogato ad ubbidirti. Trattenere per te la fortuna sarebbe come fermare la ruota : cesserebbe d'essere fortuna!


Fonti
 - Wikipedia, Severino Boezio
 - Wikipedia, De consolatione philosophiae
 - Wikisource, Della consolazione della filosofia, Libro II

domenica 17 marzo 2013

Ruota della fortuna e uomo vitruviano


Esiste forse un'analogia tra l'Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci e la Ruota della Fortuna ?
Forse si.
Come ho già scritto, la ruota della fortuna o del destino rappresenta l'individualizzazione dell'individuo che si separa dal Tutto per diventare lui stesso un centro, seppur temporaneo e in equilibrio precario. In altre parole è lo spirito che si corporizza, diventa materia per essere separato dall'Uno.
Di cosa ha bisogno per essere materia ? Secondo gli antichi quattro sono le componenti principali della materia : Aria, Acqua, Terra, Fuoco. Quattro come il quadrato in cui è inscritto. Quattro come i quattro volti degli "esseri viventi" che accompagnano il Trono di Dio nella visione di Ezechiele, ovvero Bue,Aquila,Leone,Uomo o Angelo, i quattro simboli degli Evangelisti.
Quattro è il numero della materia, il cerchio è il simbolo dello spirito (Dio al centro, il punto).
Il genio rinascimentale di Leonardo, sapeva come i suoi dotti contemporanei, che l'uomo è il passaggio dallo spirito alla materia perchè si inscrive sia nel cerchio che nel quadrato.
Notare che l'uomo forma una croce quando è materia (la Croce di Cristo?) e se contiamo tutte le braccia e le gambe, compresa la testa abbiamo un 8, proprio come i raggi della ruota!

La Ruota della Fortuna rappresenta il microcosmo umano.

Infatti se disponiamo i 22 tarocchi in cerchio, diametralmente opposto alla ruota della fortuna (X) abbiamo il XXI, il Mondo, ovvero il macrocosmo.
Notiamo anche come si muove la ruota, nel caso della ruota della fortuna è mosso da due entità (Tifone e Ermanubi, ovvero il Capricorno e il Cane) esterni alla ruota, quindi non ha vita propria ed è destinato ad esaurirsi (per la durata di una vita umana) mentre nel mondo è la donna stessa che al suo interno la fa muovere, e gira in eterno.
Ora, se l'anima del mondo (femminile) è dentro il cerchio del macrocosmo, la controparte nel microcosmo (la sfinge, femminile, forse l'anima umana?) si trova all'esterno. E mentre l'anima del mondo è spirito puro, l'anima dell'uomo è per metà donna e per metà leone, ovvero l'animalità, la parte bassa degli istinti umani.


Ruota della fortuna e visione di Ezechiele

Visione di Ezechiele- Matthaeus Merian the elder (1593-1650)
La visione di Ezechiele, narrata nella Bibbia nel primo capitolo del libro di Ezechiele, di cui ho già scritto, ovvero il trono di Dio accompagnato da quattro "esseri viventi" con quattro facce e quattro ali e sorretto da quattro ruote ruotanti, ha risonanza in almeno due tra le ventidue carte dei Tarocchi.

La prima è l'Arcano VII, il Carro, l'altra è l'Arcano X, la Ruota della Fortuna.

Mentre per il Carro l'analogia col carro Celeste è abbastanza evidente, nella Ruota della Fortuna, ovvero del Destino, ci sono similmente forti analogie.

Innanzi tutto, la ruota del Destino è duplice, ovvero formata da due circonferenze concentriche, e nella visione di Ezechiele, il trono di Dio è sorretto da quattro grandi ruote, doppie, ovvero una ruota dentro l'altra a formare un angolo di 90 gradi tra di loro.

Osserviamo la sfinge: è disegnata con quattro colori, la testa è rossa ed indica l'elemento Fuoco, le ali sono azzurre ed indicano l'elemento Aria, petto e zampe anteriori giallo-verde ovvero l'elemento Acqua, il posteriore scuro o nero, l'elemento Terra.
Corrispondentemente, la sfinge ha il volto umano e seno femminile, le zampe di leone, il corpo del bue e le ali dell'aquila. Ciò coincide perfettamente con i quattro volti degli "esseri viventi" della visione di Ezechiele: uomo, leone, bue, aquila.

Concludiamo con l'identificazione con i quattro Evangelisti : san Luca il bue, san Marco, il leone, san Giovanni, l'aquila, san Matteo l'uomo o l'angelo.
Se nei tarocchi di Wirth i simboli dei quattro Evangelisti sono sintetizzati nella sfinge, nei tarocchi Rider-Waite-Smith i simboli vengono esplicitati, uscendo dalla sfinge, nella sua rappresentazione egizia.
Da notare come la ruota della fortuna diventi la ruota del Taro (che significa ruota), ovvero i tarocchi stessi!

Tarocchi Rider-Waite-Smith

Fonti immagini:
 - http://www.kuthumadierks.com/pageopen.asp?r=oper&id=4
 - Oswald Wirth, I Tarocchi, ed.Mediterranee

venerdì 15 marzo 2013

Cos'è la Kundalini

la Kundalini risale la spina dorsale
Kundalini è un termine sanscrito che indica quell'aspetto della Shakti presente nel corpo umano, l'energia divina che si ritiene risiedere in forma quiescente in ogni individuo.

Originariamente, il concetto della kundalini deriva dalla corrente del tantrismo del Kashmir, ed è determinato dal dualismo tra Shiva e Shakti, coppia divina.
Infatti, mentre Shiva è il Creatore, maschile, la sua emanazione nel creato è la controparte femminile Shakti, l'energia vitale.
La Kundalini quindi è un'aspetto della Shakti, quella che risiede latente in ciascun corpo umano, ed attende di essere risvegliata in modo che possa ricongiugersi con Shiva, il suo consorte.

Shiva e Shakti
"Shiva è qui considerato causa materiale ed efficiente dell'universo, e il suo riflesso nel mondo è Shakti, l'energia divina che gli esseri e le cose nel mondo sperimentano come causa di ogni trasformazione. 
Sostantivo femminile, shakti è termine il cui significato è proprio "energia", "forza", e indica generalmente il potere, o l'insieme dei poteri di un dio, quelli che agiscono nel mondo fenomenico e sono la causa di ogni trasformazione, creazione e distruzione. 
Nella mitologia, questa Shakti è spesso personificata come Dea. (..) Kundalini non è che uno dei nomi della Shakti, della Dea cioè: uno degli aspetti, in ultima analisi, di Dio." (Wikipedia)

La rappresentazione principale della Kundalini è un serpente attorcigliato su se stesso e dormiente, come il nome stesso suggerisce (Kundalini deriva da kundali, ovvero "ricurvo", "attorcigliato"). 

"Questa potenza è chiamata suprema, sottile, trascende ogni norma di comportamento. Avvolta intorno al punto luminoso (bindu) del cuore, all'interno giace nel sonno, o Beata, in forma di serpente addormentato e non ha coscienza di nulla, o Uma. 
Questa Dea, dopo aver immesso nel grembo i quattordici mondi insieme con la luna il sole i pianeti, cade in uno stato di obnubilamento come di chi è offuscato dal veleno. È risvegliata dalla suprema risonanza naturale di conoscenza, [nel momento in cui] è scossa, o Eccellente, da quel bindu che sta nel suo grembo. Si produce infatti uno scuotimento nel corpo della Potenza con un impetuoso moto a spirale. Dalla penetrazione nascono per prima i punti splendenti di energia. Una volta levata Essa è la Forza (kala) sottile, Kundalini"
(Tantrasadbhava - Sivasutra:, gli aforismi di Shiva)




Kundalini

"Attualmente, essendo le scienze occulte di moda, nelle librerie fanno la loro comparsa molte opere sul tantrismo, le quali però presentano metodi pericolosi per un pubblico che non è mai stato preparato a comprendere e ad applicare tale disciplina.

C’è veramente di che preoccuparsi quando si vede con quale incoscienza certe persone credono, dopo qualche lettura, di poter risvegliare la forza Kundalini. Questa forza è un fuoco, è un'energia folgorante, e chi non si sia a lungo preparato a questa irruzione dentro di sé, può perdere la ragione o addirittura la vita.

Ecco perché è necessario essere prudenti e non lanciarsi in esperienze che rischiano di provocare gravi turbe fisiche e psichiche.
In qualcuno che non si sia a lungo esercitato nel controllo di sé e che non si sia purificato, la forza Kundalini, anziché dirigersi verso l’alto, scende, e risveglia nel piano astrale inferiore dei chakra che non sono menzionati nei libri indiani. 
E allora, tutto ciò che vi è di tenebroso in quell'essere si scatena: di lui si impadroniscono non solo l’istinto sessuale, ma anche il bisogno di dominare, di distruggere, ed egli diventa un vero demone. 

Occorre saperlo: l’Intelligenza cosmica ha posto nel corpo umano alcuni centri di energia d'una potenza inaudita, ed è pericoloso risvegliarli prematuramente. "

Omraam Mikhaël Aïvanhov

domenica 10 marzo 2013

Giano, signore del tempo

Gennaio deriva da Janus, ovvero Giano. Antica divinità romano-italica, era così antico che era considerato il padre degli dei, così antico che in origine non era Giove (Iuppiter) il principale tra gli dei ma bensì Giano, Janus Pater, ed anche Divum Deus (dio degli dei). 
Il secondo re di Roma, Numa Pompilio decise di dedicare a Giano il primo mese dopo il solstizio d'inverno (21 dicembre), gennaio appunto. E con la riforma del calendario giuliano (promulgata da Giulio Cesare nel 46 A.C.) divenne il primo mese dell'anno.
Il nome Janus è di chiara origine indoeuropea, lo si ritrova anche nel sanscrito yana, che significa "via". Questo è concorde con quanto afferma Cicerone che la radice di Janus è il verbo ire, "andare".

Di quale via stiamo parlando ? Giano è da sempre raffigurato bicefalo (con due teste) o bifronte (Janus Bifrons). 
Tradizionalmente viene interpretato così : un volto guarda l'interno (di una casa, di un tempio, di una città) e l'altro volta guarda l'esterno (di una casa, tempio, città). Giano è quindi il guardiano di soglia, delle porte (ianuae, della propria casa, del tempio, della propria città), e dei passaggi (iani). La via è quella che la attraversa, la via di passaggio.

Esiste però un'altra raffigurazione più interessante.
I due volti non sono identici, entrambi maschili e barbuti. A volte è un giovane ragazzo e un uomo maturo, dove il volto più vecchio guarda il passato e il volto giovane il futuro (e in mezzo c'è il presente, che non si vede perchè è un attimo). 
In questo caso il simbolismo di Giano è signore del tempo. E siccome gli antichi concepivano soltanto il tempo ciclico, ciò si riconduce al ciclo delle stagioni, analogo al mito di Demetra e Proserpina, in Attica in epoca micenea.
Il concetto di passaggio in questo caso è legato al ciclo stagionale, e ai due punti cardine, il solstizio d'estate e quello d'inverno, ovvero dei due San Giovanni, il battista (24 giugno) e dell'evangelista (27 dicembre).

sabato 2 marzo 2013

Il Papa ovvero lo Ierofante

Arcano V, il Papa ovvero lo Ierofante
Lo Ierofante, tarocchi Rider-Waite-Smith
L'arcano V dei tarocchi, attribuito al Papa, ha un antico nome, Ierofante (o Gerofante, o Jerofante), un nome greco composto da ieros (ἱερός), che significa "sacro" e phantes, dal verbo phaino, ϕαίνω, che significa "mostrare".
Lo Ierofante è quindi colui che "mostra il sacro".

L'analogia tra Papa e Ierofante consiste nel fatto che, mentre il Papa è l'antico Romano Pontefice Massimo, lo Ierofante è il gran sacerdote che presiedeva le cerimonie dei Misteri Eleusini, un rito di natura antichissima che si svolgeva una volta l'anno ad Eleusi, una città dell'Attica (in Grecia, vicina ad Atene). 
Il rito risale almeno all'epoca micenea, intorno al 1500 A.C., quindi ben prima dell'invasione ellenica della Grecia.
Il culto fu vietato dall'imperatore cristiano Teodosio nel 392 D.C. ed Eleusi pochi anni dopo fu saccheggiata dai visigoti.

Tale rito veniva svolto nel tempio chiamato Telesterion (in greco significa "luogo delle iniziazioni"), edificio che in epoca classica era a pianta quadrangolare, 52 metri di lato, sorretto da 42 colonne (su progetto dell'architetto Ictino, lo stesso del Partenone), che conteneva al suo interno un anaktoron, l'antico tempio, l'equivalente ebraico del Sancta Sanctorum (Qodesh ha-Qodashim), il luogo più sacro, con l'immagine della dea Demetra (De-Mather, dall'antico indoeuropeo dheghom mather, che significa "Madre Natura"). 
Al suo interno il grande sacerdote, lo Ierofante, celebrava il culto.

Il ritorno di Persefone - Frederic Leighton - 1891
Il ritorno di Persefone - Frederic Leighton - 1891
La celebrazione dei misteri consisteva nel rappresentare il mito di Demetra e della figlia Persefone, che era stata strappata dalla madre da Ade, dio degli inferi,  e la madre nel lungo vagabondare alla sua ricerca si fermò a Eleusi dove fu confortata dalla figlia del re e poi condotta al palazzo con tutti gli onori.
In segno di riconoscenza Demetra donò al re un chicco di grano, fino ad allora sconosciuto ai mortali, dando cosi inizio all'agricoltura. Intanto Zeus, commosso dal suo dolore, permise a Persefone di tornare sulla terra, ma non definitivamente, bensì per sei mesi all'anno: come il seme del grano che dopo un periodo sottoterra appare alla luce.
Il mito rappresenta quindi il ciclo delle stagioni,  l'alternarsi dell'inverno (Persefone con Ade, il seme nella terra) e dell'estate (Persefone con la madre, il seme che diventa grano), infatti Demetra era la "portatrice delle stagioni".
Da notare che solo molti secoli dopo Demetra entrò a far parte degli dei ellenici dell'Olimpo, come sorella di Zeus, e ancora più tardi fu identificata dai romani con la loro divinità autoctona, Cerere (mentre Persefone fu chiamata Proserpina).

Il rito iniziatico consisteva in tre fasi : una "discesa" (la figlia che discende negli inferi), una "ricerca" (la madre che cerca la figlia) e una "ascesa" (il ricongiungimento con la madre).
Si noti l'analogia con le tre fasi del processo alchemico : nigredo, opera al nero, dove la materia si dissolve, albedo, opera al bianco, dove la materia si purifica, e rubedo, opera la rosso, dove la materia si fissa nuovamente, ricomponendosi. 

Si tratta quindi di un rito di iniziazione, come il nome del luogo (Telesterion) suggerisce, e come tutti i riti di iniziazione consiste, da parte dell'iniziato, di raggiungere una conoscenza superiore di cui lo Ierofante è il rappresentante e istruttore.
Si noti un'altra analogia con i riti massonici, i quali chiamano Ierofanti i gran sacerdoti massonici.

Infine, se consideriamo i ventidue tarocchi come via di perfezione ed iniziazione spirituale, il cammino dell'iniziato non può prescindere dall'incontrare il Papa ovvero lo Ierofante, per farsi guidare da lui, o di propria volontà o per costrizione.

Fonti :
 - Etimo.it , Ierofante
 - Wikipedia, Eleusi
 - Wikipedia, Telesterion
 - Wikipedia, Misteri Eleusini
 - Wikipedia, Demetra
 - Wikipedia, Alchimia
 - Wikipedia, Santo dei Santi
 - Riflessioni.it, Misteri Elusini
 - Riflessioni.it, Ratto di Proserpina